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Teofilo Patini: Vanga e latte

Si tratta di un olio su tela, dipinto a cavallo degli anni 1883-1884 di 2134 x 372cm. Esso si trova a Roma, presso il Ministero dell’agricoltura e fa parte di una trilogia che, oltre al presente quadro, comprende “L’erede”, il cui soggetto è la morte dell’uomo che lascia la moglie e il figlio neonato e “Bestie da soma”. Il dipinto si colloca all’ interno della pittura verista che interessa l’Italia nell’ultimo quarto del XIX secolo.
Il tema fondamentale è la fatica degli umili. La famiglia è composta da tre figure essenziali: padre, madre e figlio, ritratte in piena campagna. Mentre l’uomo sta vangando la terra, la donna, seduta per terra, ha interrotto il proprio lavoro per allattare il figlioletto neonato. Sul terreno si notano, in ordine sparpagliato, degli oggetti di vita comune che ci presentano in modo simbolico la vita della famiglia. Individuiamo una culla, posta al riparo sotto un ombrello in parte rotto, , il basto, una botticella, uno straccio rosso, , la giacca ed il cappello dell’uomo ed un piatto di polenta con due posate di legno. Poiché il cielo è visto dal basso (cioè dall’altezza della donna seduta, esso sembra quasi poggiare in modo pesante sulla terra e questa tecnica permette anche di dare all’uomo una grandezza statuaria.

Il vangatore rappresenta tutta la fatica dell’umanità, la donna che allatta, con gesti forti, ma delicati, rappresenta il concetto di accettazione della vita così com’è, con tutti i suoi stenti, mentre il neonato che pare prendere il latte in modo vigoroso rappresenta tutta l’energia vitale che è necessaria per affrontare la vita di stenti che lo aspetta.
La tela è impostata secondo una visione prospettica precisa: le due linee prospettiche partono rispettivamente dalle gambe della donna e dal gomito dell’uomo per incontrarsi sulla vanga piantata nel terreno. L’impostazione prospettica è presente anche nella rappresentazione degli oggetti in primo piano, per degradare piano verso le zolle e la costa delle montagne fino alle prime nevi. La metà della tela è riservata al cielo, un cielo limpido che dà molta luce alla scena lasciando presupporre che siamo nel primo mattino. Infatti ai piedi delle montagne si intravede un filo di nebbia.
Con quest’opera, Patini non si lascia andare ad una facile forma di sentimentalismo; a lui interessa fornirci un’interpretazione oggettiva della realtà che assume il valore di una storia “minore”, fatta dagli umili, attraverso le loro piccole azioni quotidiane: si tratta, insomma, di un’arte come documento di una storia “minore”.

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