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I Macchiaioli

Nella caotica situazione politica e istituzionale dell'Italia preunitaria, sussistono le tre grandi aree di influenza: a nord vi sono gli austriaci, al centro il potere papale e a sud i Borbone. In questo clima di disordini, Firenze appare come un luogo tranquillo governato in modo pacato da Leopoldo II. Non è dunque un caso che artisti e intellettuali si rifugino in questa città e si riuniscano al Caffè Michelangelo in Via Larga (l'attuale Via Cavour) per parlare argomenti d'attualità e artistici. L'anima del gruppo del Caffè Michelangelo è Diego Martelli, scrittore e critico d'arte fiorentino che teorizza per primo la macchia in opposizione alla forma. Altro importante ideologo del gruppo del Michelangelo, fu Telemaco Signorini, il quale propose di adottare per sé e per i suoi amici, l'appellativo di Macchiaioli, accettando con provocatoria ironia quell'appellativo che era stato utilizzato dalla stampa a fini esclusivamente denigratori. Le premesse culturali che hanno consentito la nascita e lo sviluppo della macchia, sono da ricercarsi nel rifiuto dell'accademismo e nella volontà di ripristinare il senso del vero. Per i giovani artisti del gruppo, non esistono i contorni e noi vediamo gli oggetti solo perché la luce li rimanda alla nostra retina sotto forma di masse di colori sovrapposti. I limiti di un oggetto sono visibili col passaggio brusco da un colore all'altro. La pittura deve cercare di ricostruire la realtà per masse di colore e il modo più semplice per farlo, è appunto la macchia. Queste sono campiture più o meno estese di colori elementari. La macchia ha un peso una forma ed è solida. L'innovazione della tecnica pittorica, coinvolge anche la scelta dei temi da dipingere. Abbandonati i soggetti di carattere storico e mitologico, l'attenzione viene rivolta al vero e al quotidiano. Al gruppo dei Macchiaioli aderiscono artisti provenienti da ogni parte d'Italia: Diego Martelli, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Nino Costa.

Giovanni Fattori

Giovanni Fattori fu senza dubbio il maggior pittore italiano dell'Ottocento. Nasce a Livorno e fin da ragazzino mostra le sue doti artistiche, ma frequenta una scuola in cui vengono impartite lezioni teoriche e lui è sempre distratto ed intento a disegnare nel suo libricino immagini di animali, soprattutto cavalli. Partecipa ai moti rivoluzionari del '48, perché crede che solo così si possa ottenere una vita libera, ma ben presto rimane deluso perché comprende che con la violenza non si ottiene nulla. A 35 anni, inizia a frequentare il Caffè Michelangelo e la sua adesione alla macchia è spontanea, quasi fisiologica: finalmente che qualcosa che fin dagli anni dell'Accademia l'aveva reso insofferente nei confronti della pittura storico celebrativa, riusciva ad avere un nome. La macchia rappresenta per l'artista lo strumento per mezzo del quale è possibile conseguire quei risultati di verismo pittorico che, secondo lui, sono alla base di qualsiasi tipo di manifestazione artistica. Dati questi presupposti non meraviglia che i temi preferiti da Fattori siano quelli che rappresentano la vita militare e il lavoro dell'uomo. A differenza di Bezzuoli, suo primo e poco stimato maestro e dei grandi artisti accademici allora in voga, i quali amavano rappresentare grandi battaglie storiche al fine di mettere in evidenza l'amor di patria e il coraggio virile, Fattori indaga le situazioni più quotidiane, meno appariscenti e per questo, spesso più dolorose e reali. I suoi soldati, infatti, sono i contadini e gli operai che strappati al lavoro, alle case e agli affetti, sono costretti a morire spesso senza nemmeno sapere perché. L'altro tema principale dell'arte fattoriana, è quello del lavoro dell'uomo e poiché la società toscana della seconda metà del XIX sec. è una società ancora quasi completamente agricola, l'attenzione dell'artista va soprattutto ai contadini e alla loro fatica. La stessa attenzione che l'artista pone all'osservazione e allo studio della figura umana, viene riservata alla natura e agli animali, soprattutto buoi e cavalli dei quali la Toscana era ricchissima.

Verso questo meticoloso studio del vero, l'artista fu indirizzato da Nino Costa, il quale si accorse subito delle grandi doti pittoriche dell'arista. Fu proprio Costa che lo spinse a partecipare al concorso per la realizzazione di quattro grandi tele celebrative rappresentanti le principali battaglie risorgimentali: S.Martino, Curtatone, Palestro e Magenta. Fattori risulta vincitore con il dipinto rappresentante la battaglia di Magenta dal titolo Campo italiano alla battaglia di Magenta, nel quale non rappresenta un momento di battaglia, ma il mesto e dignitoso ritorno dei feriti. Alcuni procedono a piedi barcollando e altri, i più feriti, sono distesi su un carro trainato da cavalli e accanto a loro si prodigano le suore crocerossine. L'opera non può definirsi macchiaiola in quanto ha i contorni e disegno e chiaroscuro continuano ad essere rappresentati secondo le regole accademiche. Questa è la prima grande opera storica italiana dell'epoca moderna.

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