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Salvador Dalì: la persistenza della memoria

Dalì si finge malato per avere delle allucinazioni e ciò che egli osserva durante queste allucinazioni lo riproduce sulla tela: questo suo metodo venne chiamato paranoico critico ed egli lo utilizzò moltissimo nelle sue opere, come ad esempio i famosi quadri raffiguranti degli orologi: rimasto da solo un giorno ad aspettare delle allucinazioni il suo occhi cade dapprima sua una forma di formaggio morbido e nel frattempo il suo occhio cade sull’orologio appeso alla parete, che segnava le 17:56: egli fonde quindi la rotondità e la rigidità dell’orologio con la morbidezza del formaggio, andando a creare in un bellissimo paesaggio marino un orologio appoggiato su uno scoglio, e quindi dalla forma irregolare, a sinistra sullo spigolo di un banco e poi su un ramo. Il titolo del dipinto più celebre di questa serie è la persistenza della memoria, quindi entra in gioco il tema del tempo che, insieme con lo spazio, era stato il fulcro della riflessione di quasi ogni avanguardia storica: per quel che riguarda il surrealismo bisogna dire che per loro lo spazio è sempre connesso all’inconscio in quanto si parla di realtà superiore, mentre il tempo è un elemento quasi fluido strettamente connesso con l’infanzia, momento della giovinezza in cui ci possono essere quei traumi che porteranno a delle malattie psicoanalitiche nel futuro.

Nel dipinto di Dalì si può notare, oltre che i soliti orologi molli, anche un orologio da taschino appoggiato sul tavolo e con delle formiche, simbolo della laboriosità, che intaccano l’orologio come se volessero intaccare lo stesso tempo. Il paesaggio marino che egli raffigura inoltre è un luogo dove Dalì era solito passeggiare con la sua compagna, che però l’artista anima con figure stravaganti, come lo scoglio in primo piano i cui tratti ricordano vagamente in volto umano e che sarebbe l’autoritratto di Dalì. Altre opera che lui compone è una scultura, la Venere a cassetti, dove egli rappresenta la dea Venere con dei cassetti semiaperti: questo motivo Dalì lo usò anche in altre sue opere, anche perché questa idea della persona con dei cassetti era anche presente metaforicamente nella psicoanalisi, dove lo psicoanalista doveva cercare di aprire i cassetti della memoria del paziente per capire come mai avesse una malattia. Renè Magritte invece è un pittore belga interessante perché aderisce al surrealismo però con un’elaborazione personale: il dipinto infatti per Magritte è qualcosa che deve far riflettere lo spettatore facendogli constatare l’ambiguità esistente nella realtà, vale a dire il fatto che delle volte può accadere di vedere un oggetto che in realtà non è tale. Questa concezione è ben visibile ad esempio nel fatto che assistere ad un fenomeno naturale è sicuramente diverso dal sentirlo raccontare o leggerlo. Dal punto di vista rappresentativo i dipinti di Magritte sembrano essere vicini a quelli tradizionali ma se si osservano attentamente si vede subito che sono surrealisti.

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