Simone Martini e la Maestà del Palazzo Pubblico di Siena

Simone Martini (ca 1284-1344)

Simone Martini è, dopo Duccio di Buoninsegna, l’interprete più sensibile e raffinato della pittura senese del 1300.
Egli nacque probabilmente nel 1284 a Siena, ma fu anche attivo ad Assisi, dove partecipò a più riprese alla decorazione della Chiesa Inferiore della basilica di San Francesco. Nel 1317 si trova a Napoli, chiamato da Roberto d’Angiò e, in seguito, a Pisa (1319) e a Orvieto ( 1320) dove realizza due polittici ( pala d’altare dipinta o scolpita divisa in più parti).
Verso il 1336 raggiunge una tale fama che il papa lo invita ad Avignone, dove si trasferì nel 1340 e morì quattro anni dopo.
Avignone, infatti, a quel tempo era la sede provvisoria del papato e di conseguenza un centro artistico e culturale molto importante a livello europeo. Egli ha quindi modo di conoscere famosi artisti e letterati italiani, come ad esempio Petrarca che diventerà suo grande amico.

La formazione di Simone Martini è complessa e in essa giocano un importante ruolo la pittura di Duccio, del quale sarebbe stato un allievo, sia le sculture di Giovanni Pisano, sia le opere di Giotto e della sua scuola. Inoltre la sua pittura risentì molto dell’influenza del gotico francese.

Maestà del Palazzo Pubblico di Siena

La prima opera che si può sicuramente attribuire a Martini e la Maestà della Sala del Gran Consiglio (oggi Sala del Mappamondo) nel Palazzo Pubblico di Siena. Quest’opera fu commissionata dai Nove, la potente e rispettata magistratura di cui membri , eletti fra le famiglie borghesi, esercitavano il governo della città.
Si tratta di un dipinto murale realizzato a fresco ( quasi 8 10) tra il 1312 e 1315 e poi restaurato e ritoccato dallo stesso maestro.
Il dipinto è inserito in una ricca cornice decorata con venti medaglioni raffiguranti santi e profeti, intervallati da venti clipei con stemmi senesi.
La Maestà di Martini si dimostra una novità rispetto all'omonima opera eseguita da Duccio pochi anni prima (1308 e 1311), in quanto quella di Simone dimostra una più chiara e solida impostazione prospettica. Ciò risulta evidente sia per la complessa geometria del trono della Vergine, sia dal baldacchino rosso, che sorretto da otto aste dorate, conferisce alla scena una maggiore profondità spaziale e un risalto volumetrico.

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