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Tempio di Venere e Roma

Le statue del tempio di Venere e Roma non sono conservate, ma quella adrianea della dea Roma è stata ricostruita sui numerosi conii con legenda Roma Aeterna, che la ritraggono. Essa è seduta in trono, vestita di lunga tunica, tiene il Palladio o una Victoriola, ha lo scudo adiacente al trono, una spada, o scettro sulla sinistra. Fu riprodotta anche in scultura, essendo tale la Roma seduta sul rilievo dell’apoteosi di Faustina alla base della colonna di Antonino Pio, conservata ai Musei Vaticani. L’affresco Barberini, ora su pannello a Palazzo Massimo a Roma, peraltro, è di età costantiniana. Potrebbe pertanto indicare quali fattezze avesse la statua ricollocata nella cella della dea Roma, dopo il restauro massenziano del tempio. Se la dea Barberini raffigurasse Venere, poco diversa doveva essere la statua della dea Roma/Roma Aeterna/ Fortuna Romana. Si trattava di un tempio unico ma ospitava due divinità e in celle che, con la loro disposizione, facevano pensare a due templi gemelli. Non sarebbe peregrino immaginare che, nell’affiancare al Tycheion costantinopolitano un nuovo tempio alla dea Roma/Roma Aeterna/Fortuna Romana con relativa statua, Costantino avesse voluto imitare l’edificio sulla Velia. Massenzio aveva subito posto mano al restauro del tempio, che un incendio aveva pesantemente danneggiato nel 307, concependolo come parte di un più vasto progetto di monumentalizzazione dell’intera area, che si arricchì di componenti vòlte all’esaltazione del culto dinastico soprattutto dopo la morte del figlioletto Romolo nel 309c. Sconfitto Massenzio, Costantino non fece cadere le nuove imprese edilizie bensì ne finanziò le fasi finali, suggerendo quelle varianti strutturali e stilistiche che meglio esprimessero la sua idea di sovranità. Il tempio di Venere e Roma, infatti, non era un tempio qualunque. Traslato il Colosso neroniano nella piazza antistante l’anfiteatro (che da quello prese nome), esso era stato eretto su progetto dello stesso Adriano nel luogo ove sorgeva il vestibolo della Domus Aurea neroniana, di cui mantenne l’orientamento riutilizzandone parte delle fondazioni. Estendendosi dalla basilica di Massenzio alla valle del Colosseo, era in età tardoantica il tempio più ampio della città. Votato da Adriano nel 133, era stato però inaugurato nel 141 da Antonino Pio, che vi collocò una statua colossale in marmo di Adriano: secondo alcuni studiosi proprio quella fu riutilizzata per l’acrolito, cui Costantino volle dare le sue fattezze, facendolo collocare nella basilica Nova dopo la morte di Massenzio. Il tempio, ove si onoravano anche le immagini di Marco Aurelio e della diva Faustina, dal II secolo era votato al culto degli imperatori e delle loro dinastie, essendo perciò il più adatto a celebrare la sacralità della nuova domus divina. Costantino, dunque, lasciò che fosse dedicato «ai meriti della gens Flavia» anche il tempio di Venere e Roma, tra gli altri che Massenzio aveva progettato e realizzato per la gens Valeria, avendo sostenuto le spese per il loro completamento e sottoscritto alcune modifiche architettoniche. È probabile che se Costantino avesse voluto ridedicare a se stesso il Colosso, non avrebbe trascurato di farne riscolpire il volto. Sembrerebbe deporre in tal senso un passo della Historia Augusta, in cui si racconta che Adriano, una volta consacrato al Sole la statua che in precedenza aveva avuto il volto di Nerone, avrebbe progettato di farne costruire una alla Luna incaricandone Apollodoro di Damasco. Se il proprio Colosso neroniano (reso fulcro della piazza chiusa tra il tempio di Venere e Roma, la basilica Nova e l’Arco e riorganizzata come centro devozionale/politico da Massenzio) fosse stato ridedicato a Costantino, si spiegherebbe meglio perché abbia continuato a ricevere onori e devozioni nel corso del IV secolo: il Calendario del 354 ricorda le cerimonie tenute presso il Colosso il 6 giugno per coronarlo di fiori.

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