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Geroglifici, una scrittura eterna



Il dio Thot presiede al giudizio dei morti



Avere il «cuore leggero» Secondo la tradizione religiosa egizia, dopo la morte il cuore veniva giudicato dal Tribunale dell’aldilà per stabilire se il defunto avesse o meno diritto a risorgere. Il papiro illustra il rito della pesatura del cuore, ritenuto la sede dell’anima e dell’intelligenza.
Il cuore del defunto veniva posto sul piatto della bilancia (sigillato nel piccolo vaso); se risultava più leggero di una piuma, voleva dire che nella sua vita terrena non aveva commesso alcun male e che dunque aveva diritto di accesso alla vita dell’aldilà. Il rito è descritto attraverso una forma di scrittura molto complessa detta geroglifica.


La scrittura con i geroglifici



Composta da circa tremila segni, la scrittura geroglifica veniva usata per ornare con iscrizioni religiose e politiche i più importanti monumenti o veniva tracciata sui rotoli di papiro. Molti di questi, contenenti preghiere illustrate, sono stati rinvenuti nelle tombe. Si tratta dei cosiddetti libri dei morti, destinati ad accompagnare i defunti nella vita ultraterrena e per questo deposti nei sarcofagi o addirittura nelle bende delle mummie. In origine, ogni geroglifico raffigurava un oggetto, anche se in forma schematizzata detta pittogramma; più avanti assunse il carattere di ideogramma, cioè di disegno che rappresentava un’idea o un concetto. Con il passare del tempo questi segni si trasformarono in segni fonetici, adatti cioè a esprimere i suoni fondamentali del linguaggio parlato. Ad esempio, il disegno stilizzato di un avvoltoio passò a indicare la lettera A, quello di una gamba la lettera B e così via. Dopo la scomparsa della civiltà egizia nessuno fu più in grado di comprendere i caratteri geroglifici. Solo nell’Ottocento si riuscì a decifrarne nuovamente il loro significato grazie al fondamentale contributo del francese Jean-Francois Champollion (1790-1832).