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Gli Unni visti da Ammiano Marcellino


Ammiano Marcellino (335-400) è l’autore di una delle ultime grandi opere di storiografia del mondo antico. Dei 31 libri da lui scritti ne restano solo 18, che si riferiscono al periodo cruciale 353-378, chiuso nella disastrosa battaglia di Adrianopoli. Prima di scrivere la sua storia Ammiano aveva svolto una lunga carriera di funzionario militare e civile, che lo aveva portato ad essere un osservatore attento e competente. Buona parte del XXXI libro è dedicata alle vicende dei Visigoti dopo il 375 e alle conseguenze della battaglia di Adrianopoli. Ammiano confronta questa invasione con oggettività con i più antichi episodi di scontro tra romani e germani e nota l’apatia con cui i romani, diversamente che in altre occasioni, avevano contrastato i nemici. I Romani erano stati sconfitti quindi non dai visigoti ma dal fatto che mollezza, lusso e brama di denaro si erano sostituite all’antica semplicità dei costumi. Giudizio certo moralistico ma che rivela un problema reale: l’incapacità e una mancanza di volontà in tutte le classi dell’Impero.
I primi capitoli del XXXI libro costituiscono una delle descrizioni più complete degli unni al momento della irruzione nel territorio dei goti. Ammiano descrive la steppa transcaucasica come un mare d’erba, nel quale vivono popoli di allevatori di cavalli. Anch’essi sono nomadi e barbari, non hanno case, non praticano agricoltura, si spostano su carri a due ruote, si nutrono di carne e latte. Suscitano orrore al solo vederli, hanno visi deturpati dai tagli che si fanno sulle guance per non farsi crescere la barba. Vagano eternamente senza meta e senza leggi. Assomigliano ad animali che non conoscono differenza tra il bene e il male. Si cibano di carne fatta frollare al calore delle loro gambe o sul dorso dei cavalli, racconta con orrore Ammiano, perché non conoscono nemmeno il fuoco. Emettono urla feroci e combattono correndo in disordine. Sopportano freddo e fame, senza religione e senza istituzioni. Quanto scrive Ammiano in queste pagine somiglia a quanto otto secoli prima lo storico greco Erodoto scriveva degli sciti, il più antico popolo nomade occidentale. Gli sciti, successivamente si erano civilizzati, assorbendo tratti della civiltà persiana ed ellenistica. Gli sciti bevevano il sangue dei nemici uccisi in guerra e usavano la loro pelle per farne faretre. Ammiano Marcellino si trova ancora a descrivere usi simili presso i longobardi.
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