Una politica di successo
Roma aveva creato un impero immenso. Esteso su tre continenti (Europa, Africa, Asia), raggiungeva una superficie di quasi 6 milioni di chilometri quadrati e una popolazione di circa 60 milioni di abitanti. Un insieme cosi smisurato, con popoli di tutte le etnie e di tutte le lingue, era stato costruito in secoli di guerre vittoriose e di massacri. La sola forza pero sarebbe stata incapace di conservarlo nel tempo. Per raggiungere questo risultato e far durare ancora molti secoli l’impero, vennero usati metodi molto simili a quelli che durante la Repubblica avevano permesso a Roma di trasformare in una realtà unitaria e fedele l’intera Italia: adottare una politica diversificata per adattarsi a situazioni e interlocutori differenti, effettuare concessioni a chi accettava la subordinazione, coinvolgere le aristocrazie dei popoli sottomessi nel governo imperiale e poi, gradualmente, estendere l’influenza economica, politica e culturale fino a trasformare in Romani tutti gli abitanti dell’impero. Durante l’epoca repubblicana l’aristocrazia romana e italica aveva dominato su popolazioni organizzate in province e del tutto sottomesse. Alla fine del I secolo la situazione era già molto cambiata, come rivelano la scelta di un imperatore nato in
Spagna, Traiano, e poi il succedersi di altri imperatori di origine provinciale. Tra I e II secolo la compagine imperiale era unitaria, o quasi unitaria. Nel corso di un lento processo le popolazioni delle province e le loro aristocrazie avevano assunto la stessa lingua, la stessa cultura, le stesse leggi e gli stessi interessi politici delle aristocrazie e delle popolazioni di Roma e dell’Italia.
Un impero di città
Questo processo di assimilazione (o romanizzazione) venne reso possibile da diversi elementi . Il più importante fu la decisione di basare il governo dell’impero non su una vasta burocrazia residente nella capitale ma sulla cooperazione delle comunità locali, che già prima della conquista romana erano organizzate perlopiù in citta, soprattutto in Italia e nelle province orientali. Sebbene l’impero fosse articolato in province, nel suo funzionamento il ruolo maggiore spetto dunque alle città. Fondato da una citta, l’
impero romano si baso su altre citta. Nelle regioni dove ancora non esistevano citta, le popolazioni vennero spinte a crearle. In Gallia, per esempio, la nobiltà celtica abbandono i piccoli centri fortificati dove aveva fino allora vissuto per nuovi e più grandi abitati. Nelle zone di frontiera l’urbanizzazione fu realizzata fondando colonie di veterani. Sia le citta nuove sia quelle esistenti recepirono il modello delle città romane, assumendo una struttura simile, con al centro il Foro e la sala della Curia cittadina (dove si riuniva una specie di Senato locale), e poi con teatri, templi, acquedotti, terme e altri edifici pubblici. L’impero risulto composto da un migliaio di comunità cittadine, costituite dagli abitanti della citta – dove erano concentrate tutte le persone che contavano – e da quelli del territorio circostante, perlopiù contadini subalterni e schiavi.
Una nuova classe dirigente al governo delle città
Le città godevano di una vasta autonomia e potevano autogovernarsi come meglio credevano, a patto naturalmente di non andare contro i superiori interessi dell’impero. Il governo era lasciato nelle mani dell’elite locale, che si riuniva nella Curia. I suoi membri erano chiamati curiali o decurioni. La loro autorità era tutelata e rafforzata dall’impero: erano loro che dovevano occuparsi di mantenere l’ordine a livello locale, riscuotere i tributi e fare rispettare nella città i provvedimenti emanati da Roma. I curiali avevano dunque tutto l’interesse al consolidamento del potere imperiale. Per ricoprire le cariche cittadine non ricevevano alcun compenso, anzi spesso dovevano pagare somme cospicue; ma guadagnavano in prestigio e in possibilità di fare affari e ottenere privilegi. Il più ambito di tutti, per chi ancora non lo possedeva, era la cittadinanza romana.