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I Romani e la marina mercantile


La marina mercantile romana era imponente, anche perché i trasporti terrestri erano difficili e non sicuri, per cui quelli marittimi erano molto intensi.
Esistevano piccole compagnie di navigazione, molto spesso gestite da Greci che avevano le loro agenzie nei porti più importanti: ad Ostia ce n’erano bel sessanta. I porti, pur non essendo molto grandi erano attrezzati con banchine per l’attracco e con magazzini (=horrea). I principali porti e le zone più pericolose per la navigazione erano anche dotati di fari.
Le navi da carico si chiamavano “naves oneraria”, erano più larghe e più corte di quelle da guerra e a pieno carico e con il vento favorevole raggiungevano i cinque chilometri orari. Era molto raro che durante la navigazione fossero adoperati i remi, tenuto conto della pesantezza delle imbarcazioni.
Normalmente, sule navi non esistevano cabine; l’equipaggio e gli eventuali passeggeri dormivano sul ponte o sotto coperta
Le rotte mercantili toccavano, la Spagna, la Gallia, le coste mediterranee dell’Africa e i paesi bagnati dal Mediterraneo orientale. Dalla Spagna (ed in modo particolare dalla Betica – Spagna meridionale – e dalla Catalogna) veniva importato l’olio il vino ed il gurum, una sorta di salsa di pesce, fatta fermentare al sole e molto apprezzata.
Dopo la conquista di Cesare, il vino proveniva soprattutto dalla Gallia. I paesi e le isole del Medio Oriente fornivano anch’essi olio, vino e prodotti a base di pesce, mentre Alessandria d’Egitto intratteneva rapporti con Roma per il commercio del grano.
La merce veniva trasportata utilizzando dei grossi contenitori di terra cotta e quelli addetti all’olio, una volta usati, erano ridotti in frammenti che col tempo formarono addirittura una piccola collina, alta 35 metri, chiamata Monte Testaccio, situata sulla riva destra del Tevere.
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