Genius 13137 punti

Democratizzazione dello Stato e laicizzazione del diritto

Dopo la fase regia, con la cacciata dell’ultimo re, vi era stata alla fine del VI secolo a.C. l’instaurazione della repubblica; la Costituzione romana aveva poi subito nel corso del tempo una graduale evoluzione, fino a raggiungere la forma tipica e matura della res pubblica, caratterizzata dalla compresenza e dall’interazione di magistrature, Senato e popolo. Determinanti furono in questo periodo le travagliate vicende delle lotte tra patrizi (gli esponenti delle gentes più antiche) e plebei, che segnarono quasi tutto il V secolo a.C. (la tradizione colloca nel 494 a.C. la prima “secessione” della plebe, una sorta di sciopero durante il quale il plebe abbandonarono la città ritirandosi su un colle e rifiutando di combattere e di lavorare) e si conclusero con la conquista della parità dei diritti civili e politici da parte dei plebei. La plebe ottenne innanzitutto il diritto di eleggere dei propri rappresentanti, i tribuni della plebe, riconosciuti ufficialmente dallo Stato, considerati per legge inviolabili (sacrosancti) e dotati del diritto di veto nei confronti dei provvedimenti presi da altri magistrati, se ritenuti contrari agli interessi della plebe.

Sul piano dei diritti civili fu poi significativa l’approvazione nel 445 a.C della legge Canuleia che aboliva il divieto di matrimoni tra patrizi e plebei. Progressivamente i plebei acquistarono anche il diritto di accedere alle magistrature e quindi al Senato: un processo che ebbe una tappa decisiva nella loro ammissione (diritto riconosciuto dalle leggi Licinie Sestie) alla suprema magistratura, il consolato, con l’elezione del primo console plebeo nel 366 a.C.
Il patriziato esercitava il proprio potere non solo attraverso le magistrature, ma anche mediante le cariche religiose, in particolare il pontificato. I pontefici, collegio di sacerdoti nominati a vita, custodivano le regole del rituale (ius sacrum, il “diritto sacrale”) e la lista completa delle festività religiose, avevano il compito di ordinare il calendario e dovevano tenere aggiornato l’elenco dei magistrati del popolo romano.
Avendo la facoltà di decidere su ogni questione riguardante il rapporto uomini-dei, essi erano in grado in qualsiasi momento di bloccare ogni iniziativa dei magistrati. Il processo di democratizzazione dello Stato poteva quindi compiersi solo sottraendo ai pontefici l’esclusivo controllo della scienza giuridica.
Lo studio del diritto, al quale si rivolsero gli interessi sia dei ceti dirigenti sia di quelli emergenti, portò alla progressiva pubblicazione di leggi e formulari che consentivano di limitare l’arbitrio interpretativo dei pontefici: momenti significativi furono la promulgazione delle leggi delle XII Tavole (metà V sec a.C), la pubblicazione nel 304 a.C dello ius Flavianum, promossa da Appio Claudio Cieco e l’usanza di dare pubblici responsi giuridici, introdotta verso la metà del III secolo a.C da Tiberio Coruncanio, il primo pontefice massimo plebeo (un’altra tappa rilevante era stata proprio la votazione nel 300 a.C. della legge che consentiva l’accesso dei plebei al pontefice). Nel III secolo a.C. cessò così il monopolio pontificale della giurisprudenza: non a caso è il momento in cui ha inizio la letteratura latina che nasce proprio quando lo Stato ha raggiunto un suo solido assetto giuridico e costituzionale.

Hai bisogno di aiuto in Storia Antica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email