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Le leggi nel mondo romano


Per alcuni aspetti, anche Roma, inizialmente era una città-stato come le poleis greche e come in Grecia essa vide dei contrasti fra i ricchi proprietari terrieri e gli aristocratici, da un lato e i commercianti, gli artigiani ed i piccoli agricoltori, dall’altra. Da tali contrasti erano però esclusi i plebei che non godevano di alcun diritto politico. Tuttavia il territorio circostante su cui Roma poteva espandersi comprendeva molte città che già avevano ciascuna le proprie istituzioni e questo orientò Roma verso vicende storiche rivolte verso l’esterno in modo tale da non rimanere mai vittima dei dissidi interni, anzi, le conquiste rivolte al Lazio e all’Italia centro-meridionale favorirono nuovi e più efficienti equilibri politici e sociali.
I Romani, dotati di un notevole senso pratico e non di un gusto spiccato verso analisi teoriche e filosofiche, avevano una concezione molto empirica delle leggi che erano capaci di modificare a seconda delle circostanze. Il fatto che si sia avuto il passaggio dalla monarchia alla repubblica ed una lenta evoluzione della plebe significa che la classe dirigente, pur rimanendo attaccata al costume degli antenati, percepiva le istituzioni e le leggi come uno strumento ben preciso con cui regolare i rapporti fra governanti e cittadini. Il vero problema delle istituzioni, per Roma si ebbe quando essa iniziò la sua espansione nel Mediterraneo, prima con le guerre puniche e successivamente contro la Siria e la Macedonia. Infatti i domìni sempre più vasti non potevano più essere governati dai comizi centuriati e da un Senato, espressione di una classe dirigente legata alle tradizioni. Il primo segnale di questa difficoltà ci è fornito dai contrasti civili al tempo dei Gracchi prima e fra Mario e Silla dopo. Chi si accorse che bisognava cambiare sia la mentalità della classe dirigente che le istituzioni fu Giulio Cesare. Gli abitanti dello stato romano non potevano certamente recarsi a Roma per partecipare alle riunioni dei comizi centuriati che ormai potevano raccogliere solo gli abitanti della città e delle vicinanze immediate ed inoltre l’incarico di console non poteva avere una durata di un solo anno, considerati i lunghi tempi necessari per spostarsi all’interno dell’impero. Ecco perché Augusto riuscì facilmente a trasformare la repubblica in impero senza urtare troppo il Senato Al senato rimase il compito di promulgare le leggi insieme all’imperatore e quest’ultimo mantenne la gestione della politica estera, il comando delle legioni e il governo delle province periferiche dove era concentrato il grosso dell’esercito. Le tradizionali magistrature furono conservate, ma ad esse ne furono aggiunte altre. Tuttavia, a differenza dei sovrani dei grandi imperi orientali, l’imperatore era considerato un uomo fra gli uomini anche se era dotato di virtù eccellenti e di attitudine al comando.
Nel corso del III secolo, l’impero si avviò verso la crisi anche se ci furono momenti di ripresa con Diocleziano che, per ragioni politiche, finì per divinizzare la figura dell’imperatore. Le cause del declino sociale, politico ed economico sono complesse e prima fra tutte la diffusione del cristianesimo, segno di un disagio e di una perdita di fiducia nelle istituzioni. E’ così che le strutture politiche dell’impero si indeboliscono per fare strada alle pressioni delle popolazioni barbariche.
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