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Da Pompeo a Cesare

Nel 78 a.C Silla moriva nella sua villa di Cuma, dive si era ritirato a vita privata. La sua opera di riforma dello Stato sembrava aver rafforzato l’autorità del senato e pacificato la società; in realtà la dittatura sillana non aveva eliminato i problemi della crisi politica. La sua contraddizione più grave era quella di aver preteso di rafforzare il governo collegiale del senato piegando Roma al governo di un capo, che aveva preso il potere con le armi.
Dopo la morte di Silla si oppose al senato un seguace di Mario, Quinto Sertorio. Egli aveva organizzato in Spagna un governo indipendente, che resistette a lungo dagli attacchi delle truppe romane. Sertorio, infine, fu sconfitto da Gneo Pompeo, un sillano, che al ritorno dalla Spagna, aiutò a reprimere la rivolta di Spartaco. Intanto a Roma Pompeo e Crasso si erano a avvicinati ai cavalieri e ai popolari ottenendo così il consolato. Con l’appoggio dei soldati, dei cavalieri e dei popolari, essi abrogarono le riforme sillane più odiate, restaurando così i poteri dei tribuni della plebe.

Al termine del loto consolato Pompeo ottenne un comando straordinario della durata di tre anni per combattere i pirati del Mediterraneo. I pirati erano rifugiati sull’isola di Creta e Cilicia, e con l’appoggio di Mitridate, minacciavano i trasporti marittimi e i rifornimenti di grano a Roma. Pompeo, grazie ai suoi poteri, poteva prelevare imposte, in ogni provincia e disporre liberamente dell’esercito sia marittimo che terrestre. Pompeo nel giro di tre mesi liberò il Mediterraneo dai pirati e li fece scappare dalle loro basi. Egli nel 66 a.C., contro il volere della parte più conservatrice del senato, ottenne un altro comando straordinario senza limiti di tempo, per condurre una guerra contro Mitridate. Quest’ultimo, da molti anni amico di tutti i nemici di Roma aveva appoggiato Sertorio e i pirati, e minacciava i possedimenti romani in Asia minore.
Dopo due anni di guerra, Mitridate fu sconfitto e costretto a ritirarsi in Armenia e poi in Crimea, dove, abbondonato anche dal figlio Farnace, si tolse la vita. Farnace conservò il regno del Bosforo, salvando parte dell’eredità paterna. Pompeo, dopo questa vittoria, mise ordine in Oriente, riducendo a provincia il Ponto, la Cilicia, la Siria.
Mentre Pompeo stava tornando dall’Oriente, scoppiò una grave crisi politica a Roma, ad opera di un personaggio chiamato Lucio Sergio Catilina. Egli era un uomo discendente da una famiglia aristocratica decaduta, che era stato seguace di Silla durante la guerra civile. Egli aveva cercato molte volte di divenire console, incontrando però l’opposizione del senato, che diffidava della sua ambizione e dei suoi troppi debiti. Nel 64 a.C. fallito l’ultimo tentativo elaborò un programma che prevedeva una riforma agraria e la cancellazione dei debiti. Catilina infine progettò una cospirazione, che prevedeva l’insurrezione contro il governo. Catilina si unì a tutti coloro che avevano dei motivi per avercela con il senato. Per, il console Cicerone scoprì questo complotto e lo attaccò in senato con violente orazioni, costringendolo a fuggire in Etruria.
Quando Pompeo rientrò in Italia, si mostrò rispettoso della legalità repubblicana e sciolse l'esercito. In sua assenza due personaggi si erano affermati nella vita politica romana, Marco Licinio Crasso, e un giovane aristocratico, Caio Giulio Cesare, nato a Roma nel 100 a.C. da una famiglia che si vantava di discendere da Ascanio-IuIo, figlio di Enea. Fin da giovane Cesare si era legato ai popolari, ed era stato l’unico a opporsi pubblicamente alla condanna a morte senza processo dei complici di Catilina.
II senato, preoccupato per il potere di Pompeo, rifiutò di riconoscere il riordino delle province orientali deciso dal proconsole e impedì che i veterani di Pompeo fossero ricompensati con distribuzioni di terra. Pompeo strinse allora con Crasso e Cesare un accordo, al fine di esautorare il senato. Il primo triumvirato prevedeva un preciso programma. Cesare, eletto console nel 59 a.C., avrebbe fatto approvare la distribuzione di terra ai veterani e ratificare la sistemazione delle province orientali voluta da Pompeo. Una nuova legge avrebbe favorito i pubblicani, sostenitori di Crasso, consentendo loro un maggior guadagno sulla riscossione delle imposte in Asia. Cesare, dopo l’anno del consolato, avrebbe dovuto rivestire per cinque anni la carica di proconsole della Gallia Cisalpina, dell'illirico e della Gallia Narbonense. Nessuno si oppose al volere dei triumviri, ormai padroni della città.
Dopo aver dato piena attuazione all’accordo durante il suo consolato, Cesare parti per la Gallia, con l’obiettivo di ottenere la gloria militare che Pompeo già aveva conquistato. L'occasione gli fu fornita dagli Elvezi, popolazione celtica che viveva nell'odierna Svizzera. Quando le tribù elvetiche, premute ai confini dagli Svevi e dai Sequani, tentarono di attraversare la provincia della Gallia Narbonense, Cesare li attaccò e li batté. Subito dopo sconfisse anche i Suebi del capo germanico Ariovisto penetrato in Gallia a scopo di conquistarla. Cesare in due anni riuscì a occupare l’intera Gallia fino al Reno.
A Roma, in assenza di Cesare, la guida dei popolari era stata assunta dal patrizio Publio Clodio. Come tribuno della plebe egli aveva fatto approvare una legge che puniva chi avesse condannato cittadini romani senza processo. Cicerone, accusato di aver condannato a morte i complici di Catilina senza consentire loro l’appello al popolo, dovette abbandonare Roma.
L’aristocrazia senatoria si sentì minacciata e cercò l'appoggio di Pompeo, che nel 57 a.C. fece richiamare Cicerone dall'esilio, ottenendo in cambio un'importante nomina politica. Su proposta di Cicerone, Pompeo ebbe infatti l’incarico di occuparsi per cinque anni dell’annona, con il compito di rifornire di viveri Roma in un periodo di particolare carestia.
La vita politica a Roma degenerava di giorno in giorno negli scontri di piazza tra le bande armate di Clodio e quelle di Milone, un sostenitore di Pompeo. Per pacificare gli animi e distribuire senza contese gli incarichi di governo, i triumviri si riunirono a Lucca. Nell’incontro venne deciso che Cesare avrebbe mantenuto il governo delle Gallie per altri cinque anni; Pompeo e Crasso sarebbero stati eletti consoli nel 55 a.C. e, successivamente Pompeo avrebbe governato la provincia di Spagna e Crasso quella di Siria.
Rientrato in Gallia, nel 55 a.C. Cesare passò il Reno per tenere a bada le tribù germaniche che tentavano di sconfinare, e per ben due volte organizzò spedizioni militari in Britannia, giungendo fin oltre il Tamigi. Intanto nella Gallia settentrionale una serie di rivolte portò alla distruzione di una regione romana. Cesare rispose con una repressione, che nel 52 a.C. provocò la generale ribellione dei Galli. Alla testa degli insorti si pose Vercingetorige, re degli Arverni, che unì le principali tribù celtiche. Sapendo di non poter battere in campo aperto le forze romane, Vercingetorige cercò di logorare il nemico con la tattica della «terra bruciata», distruggendo ogni cosa attorno all’esercito di Cesare. Grazie alla loro superiorità numerica, i Romani riuscirono però a chiudere gli insorti nella fortezza di Alesia e, benché assediati a loro volta dai soccorritori, seppero resistere fino all’arrivo dei rinforzi. Vercingetorige fu costretto alla resa.
Mentre Cesare portava a termine le operazioni in Gallia, anche Crasso cercava di distinguersi sui campi di battaglia, convinto che senza vittorie militari non avrebbe potuto contare sull'appoggio dell'esercito.
Crasso, come previsto dagli accordi di Lucca, aveva avuto la Siria. Nel 54 a.C. organizzò una spedizione oltre il fiume Eufrate, con lo scopo di conquistare il regno dei Parti, un vasto territorio che andava dalla Persia alla Mesopotamia. L'operazione fu preparata con eccessiva fretta. Nella battaglia di Carré, le legioni romane furono annientate dalla cavalleria e dagli arcieri dei Parti, e Crasso fu ucciso.
A Roma intanto la situazione politica diveniva sempre più confusa e pericolosa. Gli accordi che avevano portato al triumvirato avevano messo in luce la crisi delle istituzioni romane. Ormai la carriera politica dipendeva dal denaro che poteva essere usato per la propaganda e la corruzione, dalle bande armate che si potevano mettere in campo contro gli avversari. Le istituzioni repubblicane continuavano a esistere, ma si stavano svuotando di ogni potere. Il senato non riusciva più a garantire il rispetto delle leggi e neanche l’ordine pubblico.
Dopo la morte di Crasso, Pompeo si trovò da solo a fronteggiare l’enorme potere che Cesare aveva conquistato in Gallia, mentre il senato, cercò un modo per privarlo di ogni comando. Nel 52 a.C. a Roma la situazione si aggravò a causa di un violento scontro sulla via Appia tra le bande di Clodio, favorevole a Cesare, e quelle di Milone, seguace di Pompeo. Clodio fu ucciso e gruppi di plebei inferociti attaccarono la sede in cui il senato teneva le sue riunioni. Terrorizzati, i senatori cercarono l'appoggio di Pompeo, nominandolo («console senza collega»). Veniva così violato il principio della collegialità.
Intanto Cesare, giunto al termine del suo mandato in Gallia, avrebbe dovuto abbandonare l'esercito e rientrare a Roma come privato cittadino, mentre Pompeo manteneva il proconsolato in Spagna e il comando delle legioni stanziate nella penisola iberica.
Cesare cercò a lungo di trovare un accordo con Pompeo e con i suoi numerosi avversari a Roma, tutte le trattative fallirono. Nel gennaio del 49 a.C. il senato spinse Cesare a rinunciare al comando sulle sue legioni ed emanò un senatusconsultum ultimum con il quale affidava a Pompeo la difesa della repubblica. Cesare, proclamando di voler tutelare la sua dignità e l’autorità dei tribuni della plebe, alla testa di una legione varcò il Rubicone, il fiume che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e lo stato romano. Qui Silla aveva fissato il pomerium, il confine sacro che non doveva essere oltrepassato da un esercito in armi. Cesare aveva compiuto un gesto gravissimo, che di fatto dava inizio a una nuova guerra civile.
Alla notizia che Cesare con il suo esercito aveva varcato il Rubicone, una buona parte dei senatori abbandonò la città e si rifugiò prima a Capua e poi a Brindisi, dove Pompeo stava radunando truppe e seguaci per passare in Grecia; la strategia di Pompeo era chiara. Si trattava di intrappolare Cesare nella penisola, costringendolo a combattere su due fronti: in Spagna, dove si trovavano sette legioni fedeli a Pompeo, e in Oriente. Pompeo passò così nella penisola balcanica, dove cominciò a organizzare un forte esercito. Fu un grave errore, perché lasciò a Cesare l'iniziativa militare e il pieno controllo di Roma.
Cesare cercò di presentarsi come un uomo rispettoso delle istituzioni e pronto a restaurare l'ordine, senza vendette o rappresaglie.
Accorso in Spagna, Cesare sconfisse le truppe pompeiane in pochi mesi, incontrando una forte resistenza solo a Marsiglia. Rientrato a Roma, sapendo che Pompeo ammassava truppe in Oriente, decise di passare in Grecia, sbarcando a Durazzo, dove fu battuto dalle truppe pompeiane. Nonostante questo insuccesso, Cesare inseguì Pompeo in Tessaglia e lo raggiunse a Farsalo. Qui nel 48 a.C. Cesare riportò una decisiva vittoria sulle legioni di Pompeo. Accompagnato da una piccola scorta di fedeli, Pompeo cercò rifugio in Egitto, contando sull'amicizia del sovrano, ma venne fatto uccidere a tradimento dal faraone Tolomeo XIII, che sperava di guadagnare così la riconoscenza di Cesare.
Passato in Egitto all’inseguimento di Pompeo e deciso a riordinare definitivamente l'Oriente, Cesare depose Tolomeo e lo fece eliminare, perché non restasse impunito chi aveva ucciso un senatore romano. Fece riconoscere come unica e legittima erede al trono Cleopatra. La relazione tra i due, dalla quale nacque un figlio, era probabilmente basata anche sull'interesse politico: Cesare voleva mettere le mani sulle risorse dell’Egitto. La presenza di Cesare e dei suoi uomini in Egitto provocò però una violenta rivolta della popolazione, che assediò in Alessandria i Romani, finché non giunsero i soccorsi. Pacificato l'Egitto, nel 47 a.C. Cesare sconfisse anche Farnace, re del Bosforo, che, approfittando della guerra civile, aveva tentato di riprendere il regno paterno e di espandere il suo dominio in Asia Minore.
Non tutti i pompeiani avevano deposto le armi e i figli di Pompeo, Sesto e Gneo, ammassavano truppe in Spagna e in Africa. Con due spedizioni militari Cesare annientò la resistenza degli ultimi avversari nelle battaglie di Tapso in Africa nel 46 a.C. e di Munda in Spagna nel 45 a.C. Nel settembre del 45 a.C. Cesare rientrava a Roma per ricostruire lo stato e riportare l’ordine. Amava presentarsi come imperator, il «generale vittorioso» che riportava alla sua città, con le ricchezze conquistate, il bene supremo della pace.

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