Video appunto: Professioni dell’antica Roma

Le professioni nell'antica Roma



Nell’antica Roma le professioni ritenute degne di un romano erano soltanto tre: la carriera politica, la carriera militare e la professione di avvocato. Esistevano anche i medici, ma non esistendo a roma scuole di medicina, tutti erano liberi di praticare questa professione perché erano sufficienti poche conoscenze della materia.
Quando un sedicente medico si recava a visitare un ammalato era sempre accompagnato da un folto numero di discepoli che volevano imparare un mestiere. Marziale che non si sentiva bene scrive che fu visitato dal medico Simmaco, accompagnato da tantissimi discepoli che lo palparono ovunque con le mani gelate e quando se ne furono andate gli era venuta la febbre. Di solito le medicine venivano preparate dal medico stesse: erano unguenti, decotti, infusi, a volte fatti con il materiale più strano. Gli specialisti in oculistica, odontoiatria o chirurgia arrivavano a guadagnare molti sesterzi. Per ogni patrizio romano in epoca repubblicana fare l’avvocato era un impegno morale e tale professione doveva essere esercitata gratuitamente. Era un mezzo per diventare popolare e benvoluto perché esisteva un tornaconto: alle prime elezioni il popolo lo avrebbe eletto, avrebbe applaudito i suoi discorsi e lo avrebbe sostenuto durante la sua carriera politica. I patrizi non ricavano dunque guadagno dal loro lavoro; vivevano di rendita, cioè del guadagno derivato dai possedimenti terrieri e dai benefici ottenuti dallo stato, come premio delle imprese militari compiute. Esistevano anche circa150000 plebei che non esercitavano alcun mestiere; ogni giorno, essi si recavano sotto il portico di Minucio per ritirare la tessera di assistito dall’Annona che dava loro diritto a ricevere gratuitamente il necessario per vivere, per sé e per tutta la famiglia. Verso di loro, lo Stato si comportava molto generosamente per evitare che fossero organizzate sommosse sociali.

Non erano tenuti molto in considerazione gli ingegneri, gli architetti, i pittori, gli scultori e i musicisti. La maggior parte di questi professionisti erano stranieri o liberti. È per questo motivo che non ci è stato tramandato alcun nome di architetto o musicista: il cittadino romano di famiglia nobile non doveva abbassarsi ad esercitare questi mestieri. Soltanto l’agricoltura veniva praticata con una certa passione forse, in ricordo che i primi antenati erano agricoltori e pastori
La maggior parte dei cittadini (a quel tempo, Roma contava più di 1 milione di abitanti) erano commercianti, bottegai e artigiani. I commercianti erano ricchi quanto i patrizi; essi costruivano o noleggiavano intere flotte, importavano generi alimentari dall’Egitto, dalla Gallia, dalla Spagna, dai paesi baltici dall’Africa e dall’Asia. La figura del bottegaio e dell’artigiano coincidevano perché chi fabbricava un oggetto ne era anche il venditore. Le loro botteghe-laboratori erano concentrate soprattutto nei quartieri più popolari come il Vicus Tuscus, il Vicus Lugarius o le vie della Suburra. Si trattava di orefici, fabbri, vasai, fabbricanti di mobili, lavoratori del cuoio, barbieri, panettieri, pescivendoli, insomma tutte attività che ritroviamo anche oggi. Esistevano anche venditori ambulanti di acqua, salcicce e di vino