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Fattosi eleggere console per il 44 a.C. con Marco Antonio che trattava come il suo erede politico, Cesare iniziò i preparatici per una grande guerra di conquista contro i parti, nella persuasione che i romani si sarebbero adattati al nuovo ordine imposto da lui quando fosse tornato vittorioso e carico di nuove ricchezze. Prevedendo che la guerra sarebbe durata a lungo si arrogò il diritto di designare tutti i magistrati e i promagistrati per il triennio successivo, in modo da lasciare Roma in mani sicure. Stabilì che Irzio e Pansa fossero consoli nel 43 a.C. assegnò a Lepido il governo della Gallia Narborense e dalla Spagna citeriore, a decimo bruto quello della Gallia Cisalpina e a Trebonio la provincia d’Asia. Stabilì che il nipote gaio Ottavio succedesse a Lepido come maestro della cavalleria. Intanto il senato continuava ad accumulare su di lui gli onori, forse per renderlo odioso al popolo. Fu nominato censore unico a vita; ebbe il diritto di portare la toga purpurea del comandante che celebrava a Roma il trionfo, nella curia sedeva su un seggio dorato, fu deliberata l’erezione di due statue in suo onore sui rostri e una in ogni municipio, ottenne la sacrosantità propria dei tribuni della plebe, il titolo di pater patriae, ai giochi romani fu aggiunto un giorno in suo onore e furono indetti giochi quinquennali per lui, fu inserito il mese di Giulio nel calendario, fu creata la tribù Giulia, si deliberò di giurare sul suo Genio, considerato un dio con la creazione di un collegio sacerdotale apposito. Eppure Cesare non nascose il suo intento di ridimensionare fortemente il potere del Senato e dei magistrati, né fece mistero del suo disprezzo per il più antico organo della repubblica, quando restò insolentemente seduto davanti ai senatori che il 14 febbraio vennero a comunicargli nuovi onori.

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