Caracalla

Alla morte di Settimo Severo, avvenuta in Britannia nel 211, si interruppe la fase di relativa stabilità assicurata all'impero dal suo lungo ed equilibrato regno. Gli succedettero i figli Caracalla e Geta, ma nel 212 Caracalla uccise il fratello minore, si liberò di alcuni fidati collaboratori del padre e si garanti' l'appoggio dell'esercito con aumenti di paga e nuovi privilegi. Tuttavia a causa del temperamento dispotico e della salute cagionevole, la sua attività di governo fu incostante e molto spazio fu concessa alla madre, Giulia Domna, e al consiglio di governo. Intanto un aumento della paga dei soldati lasciò le casse statali vuote: per questo motivo Caracalla cominciò a svilire la moneta, riducendone la percentuale di oro e mettendo in circolazione una moneta d'argento, l'antoniniano. Per accrescere il gettito fiscale Caracalla emise la Costitutio Antoniniana, con cui si estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell'impero: le tasse infatti, connesse allo sfruttamento della terra, erano versate soltanto da chi godeva della cittadinanza. Con la nuova legge le tasse sulla terra erano estese a tutti i provinciali, i quali però avrebbero dovuto continuare a versare anche gli altri tributi. Il risultato più importante di tale riforma fu la raggiunta parificazione tra Italia e province e quindi l'allargamento a tutto il territorio dell'impero della legislazione romana ordinaria. Questo agevolò la creazione di un'unica civiltà, caratterizzata dall'uso ufficiale della lingua latina, dal medesimo ordinamento giuridico e dagli stessi diritti e doveri per ogni cittadino. L'ambizioso progetto di Caracalla prevedeva anche l'estensione dei confini dell'impero, fino ai guerrieri, fino a eguagliare quelli raggiunti da Alessandro magno, del quale l'imperatore si credeva una reincarnazione. Pertanto, egli iniziò nel 216 una nuova spedizione contro i Parti, da sempre nemici di Roma. Caracalla non ebbe però la possibilità di concludere l'impresa perché venuto lì a mancare la voce dell'esercito nel 217 morì in una congiura ordita contro di lui da Macrino, prefetto del pretorio originario della Mauritania e gradito al Senato. Nonostante la situazione critica la famiglia imperiale riuscì a mantenere il potere grazie al Giulia Domna, la quale nel 218 d.C., impose come nuovo imperatore un suo giovane parente, Sestio Vario Avito Bassiano. Gli eserciti dei due contendenti si scontrarono ad Antiochia, dove Macrino, abbandonata dalla maggior parte dell'esercito fu sconfitto, catturato e messo a morte.

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