pexolo di pexolo
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Roma, molto giovane dal punto di vista istituzionale, non aveva ancora leggi scritte: le regole erano fissate dal pontefice e dalle maggiori istituzioni religiose di Roma; esse venivano applicate dal re ed erano ripetute a memoria perché non c’erano testi scritti consultabili e con cui ricordarle. Nel 451 a.C., quarant'anni dopo la prima secessione, le richieste della plebe si concentrarono su questo obiettivo: i patrizi accettarono di sospendere il consolato e di nominare una commissione composta da dieci membri tutti patrizi (i Decemviri) e presieduta da Appio Claudio, che aveva l’incarico di redigere un codice di leggi. Dopo un anno erano state prodotte dieci Tavole di leggi. Nel 450 a.C. fu nominata una nuova commissione, sempre composta da dieci uomini e presieduta da Appio Claudio, ma questa volta aperta anche ai plebei: cinque di essi avevano origine plebea; questo secondo Decemvirato elaborò altre due Tavole di leggi. Secondo la tradizione Appio Claudio rifiutò di dimettersi e di sciogliere la commissione alla fine di questo mandato: egli fu dunque accusato di aspirare al regno (adfectatio regni); patrizi e plebei si ribellano in maniera congiunta e lo costrinsero al suicidio.

Tuttavia questo racconto di Livio non sembra convincente: l’atteggiamento di Appio Claudio, piuttosto che un tentativo di aspirare al regno, si spiegava probabilmente in modo diverso. Egli apparteneva alla gens sabina , una gente che per tutta la storia romana ha dimostrato una tendenza democratica: anche in questo caso Appio Claudio appoggiò con tutta probabilità le rivendicazioni dei plebei e non a caso fu proprio lui a volere che la commissione fosse mista. È pertanto probabile che egli non abbia voluto dimettersi per non togliere ai plebei quel potere di gestione della cosa pubblica che l’esito della seconda commissione gli aveva forse negato. Egli sperava (come l’aver voluto una commissione dimostrerebbe) di sostituire al consolato come magistratura una commissione mista di patrizi e plebei, così da conservare quel diritto e quel potere che i plebei avevano ottenuto nel corso della commissione; sebbene conclusasi in modo così drammatico, l’esperienza del Decemvirato portò il codice delle XII Tavole : esso, pur non portando significative innovazioni nella società romana, rappresentò un successo importante per la plebe (che almeno sapeva come sarebbe stata trattata). Fra le norme che riguardavano il rapporto tra debitore e creditore, una recitava: “Per un debito riconosciuto, una volta emessa sentenza regolare, il termine di legge sarà di trenta giorni. [Se alla scadenza del termine il debitore non avrà ancora pagato] il creditore gli getti le mani addosso e lo conduca in tribunale. Se la sentenza lo condanna, egli non adempie e nessuno si presenta a garantire in tribunale, il creditore lo conduca con sé a casa e lo leghi con catene e con corde del peso non superiore a quindici libbre. [Il debitore insolvente veniva quindi rinchiuso in un carcere. Il problema del suo sostentamento veniva affrontato così:] Viva del proprio, se vuole. Se del proprio non vive, chi lo terrà in catene, gli offra una libbra di farro al giorno. Se vorrà gliene dia di più. [Il debitore era quindi portato tre volte al mercato, in attesa che qualcuno lo riscattasse. Se questa circostanza non si verificava gli veniva inflitta una pena crudele] Al terzo mercato, il debitore venga tagliato in pezzi, e se qualcuno dei creditori avrà tagliato più o meno non sia colpevole”, un’altra riguardava la vendita dei figli “Se un padre vende il figlio per tre volte consecutive perde la patria potestas su di lui [dopodiché il figlio era libero di non tornare a casa]”, “Se uno avrà amputato un arto e non si accorda con la vittima per l’indennizzo, gli si faccia altrettanto”, “Se qualcuno, con la mano o con un bastone, ha rotto un osso,se lo ha fatto ad un uomo libero paghi la pena di trecento assi, se lo ha fatto ad uno schiavo ne paghi centocinquanta”, “Chi avrà scagliato un incantamento sulle messi altrui o avrà attirato le messi del vicino sul proprio campo, sia punito con la morte [la magia nera, che provoca del male, era punita con la morte]”). Nella II Tavola di leggi si ribadiva il divieto, che fino ad allora non aveva evidentemente subìto modifiche, di matrimonio (connubium) tra patrizi e plebei; nel 445 a.C., data che segnò una maturazione socioeconomica della plebe, il tribuno Gaio Canuleio fece approvare dalla plebe (quindi in sede di concilia plebis) l’abolizione di questa norma e, sebbene le delibere dei concilia avessero funzione soltanto per i plebei, mentre non avevano valore di legge per tutto il popolo, bastò che la plebe minacciasse di nuovo una secessione perché il console proponesse ai Comizi Centuriati e ottenesse l’abrogazione del divieto di connubium tra patrizi e plebei.

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