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Vespasiano (69 – 79 d.C.): il potere degli eserciti

A decidere chi dovesse succedere a Nerone furono i militari: mentre il Senato era assolutamente esautorato, le legioni sostenevano i loro candidati con le armi in pugno. Il 69 d.C. fu il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”. Galba fu rovesciato dai pretoriani, che imposero sul trono il loro candidato, Ottone; questi a sua volta dovette fronteggiare la ribellione delle truppe schierate lungo il Reno che sostenevano Vitellio, il quale sconfisse e uccise l’avversario. Tuttavia fu l’esercito d’Oriente ad avere la meglio; infatti le legioni mandate a fronteggiare la rivolta degli ebrei proclamarono imperatore il loro comandante, Flavio Vespasiano, che riuscì a insediarsi a Roma e a eliminare Vitellio. Con lui ebbe inizio una nuova dinastia, quella “Flavia”. L’avvento al trono di Vespasiano segnò un' importante svolta politica nella storia romana: il passaggio dei poteri avvenne, infatti, non per via legittima, ma fu imposto dagli eserciti attraverso una serie di combattimenti che sembravano riportare lo Stato al fosco periodo delle guerre civili. In questo modo, come scrive Tacito, “fu svelato il segreto del potere”: fu chiaro a tutti quindi che esso apparteneva a chi aveva la forza di imporlo sugli altri con le armi in pugno; il ruolo dei militari ne risultò di conseguenza tanto ingigantito quanto gravemente diminuito era ormai il prestigio del Senato.

Vespasiano apparteneva alla classe dei cavalieri: suo padre era un appaltatore delle imposte di Rieti ed egli fu il primo imperatore che non proveniva dall’aristocrazia. Per affermare legalmente i suoi diritti al trono, egli indusse il Senato a promulgare una legge speciale (lex de imperio Vespasiani), simile a quella che era stata promulgata a suo tempo per Augusto: questa legge decretava che Vespasiano, nell’interesse dello Stato, aveva il diritto di concludere trattati internazionali, intervenire nelle elezioni di magistrati e non essere vincolato da leggi o plebisciti. Dalla tradizione antica Vespasiano venne definito “avaro”, ma il suo atteggiamento verso il denaro non era solo un tratto di personale prudenza, bensì un segnale politico di mutamento rispetto alle tendenze della casta Giulio-Claudia. Si trattava, del resto, di una reale necessità: la rovinosa politica di Nerone aveva svuotato le casse statali, mentre la situazione internazionale richiedeva grandi spese militari. In primo luogo queste derivavano dalla necessità di finanziare la guerra contro gli ebrei, che si protrasse, che per alcuni anni e rischiò di destabilizzare tutto l’Oriente romano. La guerra si concluse infine con la conquista di Gerusalemme (70 d.C.) da parte di Tito, figlio dell’imperatore, che portò a Roma un ingente bottino. Il conflitto fu sanguinosissimo: secondo i calcoli degli storici antichi, la guerra costò la vita a più di un milione di persone e moltissime altre furono ridotte schiavitù.

Attraverso un’oculata amministrazione, in ogni caso, Vespasiano seppe risanare il bilancio, si fece promotore di grandi lavori pubblici e diede inizio alla costruzione del più grande e celebre anfiteatro del mondo, vale a dire il Colosseo (ovvero “anfiteatro flavio”).

Memore delle vicissitudini seguite alla morte di Nerone, che avevano messo a dura prova l’esistenza stessa dello Stato, e anche per prevenire il rischio di guerre civili, Vespasiano designò come suoi successori i due figli Tito e Domiziano. Con questo atto si affermava così il principio della trasmissione ereditaria del potere.

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