Leggi e società babilonese

La legislazione degli Hittiti, che conosciamo grazie a numerose tavolette rinvenute ad Hattusas, era più mite di quella babilonese: intento fondamentale delle leggi hittite era infatti di porre rimedio al delitto compiuto più che di punirlo. I sovrani esercitavano un potere equilibrato e non si dimostrarono mai spietati nei confronti dei popoli sconfitti: questi diventavano loro tributari, mantenendo però l'autonomia amministrativa. La società hittita era nettamente divisa in tre classi, al vertice si trovavano gli aristocratici, proprietari della terra e dediti esclusivamente alla guerra, che assicuravano loro prestigio e privilegi. In una condizione decisamente subalterna era la massa dei contadini e degli artigiani, cui lo Stato di semiliberi non consentiva di cambiare lavoro, condizione sociale e nemmeno abitazione, infine vi erano gli schiavi, impiegati per i lavori più pesanti e umili. Gli Hittiti furono per molti secoli guerrieri temuti, anche perché per primi usarono armi di ferro, più resistenti di quelle in bronzo. Essi infatti avevano appreso, intorno al 1400 a. C, il segreto della tempra o acciaiatura.

L'economia hittita era accentrato nelle mani del re, che distribuiva la terra agli aristocratici, esigeva dai contadini il tributo periodico e stabiliva la quantità di manufatti che gli artigiani dovevano realizzare con le materie prime consegnate loro dai funzionari. L'eccedenza della produzione agricola e artigianale erano destinate al commercio estero grazie alla presenza di mercanti, la cui attività era severamente controllata dagli amministratori regi. Il commercio del resto era finalizzato quasi esclusivamente all'acquisto di prodotti di lusso per il sovrano e la sua numerosa corte.

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