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L'umanità di barbari e schiavi

Nella cultura ateniese, tuttavia, non erano mancate voci dissonanti per quanto riguarda la teoria comune di reputare barbari e schiavi solo come oggetti animati e dunque di privarli della loro virtù di umani. In polemica contro le esclusioni su cui si reggeva il regime "democratico", esse richiamavano l'attenzione sull'umanità degli schiavi e sui valori di civiltà dei popoli cosiddetti barbari. Già Erodoto (484-425 a.C.), peraltro vicino a Pericle e convinto assertore dei valori tradizionali della città democratica, era stato portato dall'approfondita conoscenza dei costumi altrui a constatare la molteplicità e la relatività dei nomos, e dunque indotto a riconoscere la dignità e il valore che aveva il sistema vigente di consuetudini, leggi, credenze di ciascun popolo, dunque con ciò per ogni popolo barbaro o reso schiavo veniva riconosciuto che vi era una certa umanità in loro. La sofistica aveva portato alle estreme conseguenze il relativismo erodoteo, giungendo a negare la superiorità dei greci sui barbari: «Per natura tutti, in tutto e per tutto, siamo stati fatti uguali, e barbari e greci», aveva per esempio detto Antifonte nello scritto sulla verità, criticando, in nome del diritto naturale, il nomos della polis democratica, che istituiva per convenzione una cesura netta, in natura prettamente inesistente, tra cittadini (greci maschi liberi) e non cittadini (schiavi, barbari, donne ecc.).

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