Età augustea

Anche dopo l’omicidio di Cesare la situazione a Roma non mutò: Antonio, ex luogotenente del dittatore liquidato, riuscì con un discorso a incitare la folla contro i cesaricidi, tanto che alcuni cercarono di dare alle fiamme le loro abitazioni. Ma poco dopo la notizia che Cesare aveva scritto nel suo testamento che avrebbe lasciato come erede principale il suo pronipote Gaio Ottavio (contestualmente considerato figlio adottivo), che poi diventò Gaio Giulio Cesare Ottaviano assumendo i tria nomina del padre, suscitò grande scalpore a Roma.
Cicerone, accusato di essere la mente occulta dell’uccisione di Cesare, lo considerava un “puer” inesperto, che sarebbe stato facilmente manovrato dai filo-repubblicani nella guerra contro Antonio, da lui considerato pericoloso fin da subito. Effettivamente in un primo momento il poeta ebbe ragione: Ottaviano, tornato dall’oriente dove stava conducendo una spedizione contro i Parti mai iniziata da Cesare, reclutò i veterani del padre per formare un esercito privato, con il quale poter sconfiggere Antonio. Quest’ultimo, infatti, si ribellò alla decisione del Senato di nominare governatore della Galla Cisalpina Decimo Bruto, dal momento che già da tempo lui aveva chiesto di poterlo essere, ma ormai Antonio era considerato da tutti nemico della patria (a causa anche dell’intervento di Cicerone) e venne sconfitto a Modena.
Poiché morirono in battaglia anche i due consoli in carica, una delegazione di soldati chiese al Senato che Ottaviano potesse esser eletto console, ma la richiesta venne rifiutata dal momento che egli aveva solo 19 anni e non aveva neanche attraversato la trafila delle cariche minori. In tutta risposta, il giovane marciò contro Roma imponendo la propria forza con le armi e si alleò con Antonio e Marco Emilio Lepido, ex cesariano, dando vita al secondo triumvirato. A differenza del primo, questo diventò una vera e propria carica pubblica con pieni poteri, il quale scopo principale era quello di dare la caccia ai cesaricidi. Crearono così le liste di proscrizione, a capo delle quali vi era Cicerone, che venne trucidato il 7 Dicembre del 43. Un anno dopo fu il turno, a Filippi, anche delle truppe di Bruto e Cassio, che si suicidarono in seguito alla sconfitta, segnando così la fine della repubblica.
In quel contesto venne sconfitto anche un giovane che si ritrovò coinvolto nella battaglia e combatté dalla parte dei cesaricidi, ovvero il futuro poeta Orazio.
Successivamente riaffiorarono gli scontri tra Antonio e Ottaviano, quando quest’ultimo decise di confiscare i terreni alle città che avevano appoggiato i cesaricidi (come Cremona o Mantova) per darli ai soldati dell’esercito, provocando la nascita di una ribellione armata a cui capo vi erano la moglie e il fratello di Antonio. In questo contesto si notò Virgilio, profondamente colpito dal sequestro dei terreni, che espose i suoi pensieri e sentimenti a riguardo nelle Bucoliche e che mai si sarebbe immaginato di lavorare per lo stesso uomo che si trovò a fronteggiare all’inizio. La ribellione di Perugia si concluse con la vittoria di Ottaviano e poco dopo si raggiunse un accordo tra i triumviri per la spartizione delle province: ad Antonio andò l’Oriente, a Ottaviano l’Occidente e a Lepido l’Africa.
Sembrava l’inizio di un periodo di pace tanto atteso, ma fu l’inizio di una guerra fredda. I due triumviri continuarono a collaborare per risolvere alcune questioni rimase in sospeso, ma quando nel 33 scadde la durata quinquennale del triumvirato, nessuno sembrò dimostrarsi favorevole al rinnovo. Così Antonio pose la sua base ad Alessandria D’Egitto, dove iniziò una relazione con la regina Cleopatra, ex amante di Cesare, e Ottaviano giocò di conseguenza la carta della propaganda: fece passare Antonio come traditore della patria, facendo notare che voleva trasferire la capitale da Roma ad Alessandria e che si era unito a un popolo che aveva valori totalmente incompatibili con quelli romani; fece presente anche le delusioni militari di Antonio e nei confronti della sorella dello stesso Ottaviano, ormai moglie del nemico, tradita con Cleopatra. Ottaviano, dunque, appariva come il salvatore della patria. Lo scontro definitivo tra i due avvenne ad Azio nel 31, dove Antonio e la regina d’Egitto, sconfitti, si suicidarono.
A partire da questo punto, Ottaviano (dal 27 diventato Augusto) iniziò la sua campagna di trasformazione dell’impero. Innanzitutto mutò la repubblica in principato, ma in un modo così graduale che fu quasi impercettibile e non provocò nessuno strappo o danno all’impero romano. D’altronde la stessa cosa fece Cesare, ma con metodi differenti: egli infatti utilizzò la strada più breve della dittatura, che lo portò alla morte alle Idi di marzo; Augusto, invece, capendo che Roma non era ancora in grado di sostenere un potere in mano di un’unica persona, cosa che i romani erano sempre stati abituati a disprezzare, si dimostrò fino alla fine come restauratore dell’antica repubblica, ma di fatto concentrò a poco a poco tutto il potere nelle sue mani. Per fare ciò cercò di ottenere il consenso di tutto l’impero chiudendo le porte di Giuno, simbolo che i conflitti civili erano ormai terminati e segno di grande importanza, dal momento che Roma dopo un secolo di guerre civili aveva finalmente bisogno di pace.
Per quanto riguarda la politica Augustea, egli non cambiò le cariche, ricoprì le stesse magistrature della repubblica con l’unica differenza che i poteri erano concentrati nelle sue mani. Si fece attribuire anche la tribunicia potestas, cioè le prerogative dei tribuni della plebe come diritto di veto (opporsi alle decisioni di qualsiasi magistrato) e la sacralità e inviolabilità della persona. Augusto godette anche di una supervisione totale delle province, divise in due tipi:
-del popolo o senatorie: controllate da ex consoli o ex pretori
-del principe: controllate da persone scelte da Augusto.
Poiché queste ultime erano le uniche a vantare di milizie, Augusto aveva anche il pieno controllo delle forze militari dell’impero. Infine continuò le spedizioni di conquista negli altri territori, conquistandone parecchi, ma ricevendo sconfitte in Germania e in Partia.
Augusto ricevette numerosi titoli nel corso della sua carriera, durata la bellezza di 45 anni, cosa unica e irripetibile tra gli imperatori di Roma. Il primo titolo fu quello di principe, che richiama il “princeps senatus” ovvero colui che deteneva la precedenza di parlare per primo in Senato. Vi è poi l’appellativo di Augusto, che rimanda alla sfera religiosa e significa “venerabile” ma che in realtà è da intendere come “colui che fa crescere” (dal verbo augeo), legato alla funzione propulsiva della vita e degli uomini. Per ultimo, gli venne attribuito il merito di “padre della patria”, inteso come padre venerato e onorato da tutti, rispetto al quale i cittadini sarebbero dovuti essere figli.
Augusto fu il primo imperatore a creare una politica culturale, a coordinare cioè il lavoro di tutti i letterati nel tempo per portare avanti il suo progetto politico. Per prima cosa, già da prima della sua ascesa ufficiale, cercò di condurre la battaglia contro Antonio anche dal punto di vista culturale per ottenere maggiore consenso, e si affidò a Mecenate, letterato che operò per un ventennio senza ricoprire nessuna carica ufficiale. Egli arruolò figure come Virgilio, Orazio, Properzio, destinati a creare i capolavori della letteratura latina più importanti, tralasciando i conti in sospeso col principe ma sfruttandoli anzi per andare incontro alle esigenze del principato che stava nascendo. Sicuramente quello di Mecenate non fu l’unico circolo esistente, vi era ad esempio quello di Pollione, che diede vita alla prima biblioteca pubblica a Roma, oppure quello di Corvino, dapprima ostile ad Augusto poi dalla sua parte che arruolò figure come Ovidio o Tibullo.
Ma per incentivare ancora di più il suo progetto politico attraverso la cultura Augusto proseguì l’intento, prima di Cesare poi di Pollione, di dar vita ad una biblioteca pubblica a Roma, l’unica città che non l’aveva, e decise di controllare anche l’attività letteraria che circolava nell’impero. Molte opere infatti vennero distrutte, come i libri fatidici contenenti profezie riguardo il governo romano o i manoscritti di Labieno che arrivò al suicidio dal dispiacere; altrimenti vennero esiliati artisti come Ovidio, perché rimpiangeva esplicitamente la repubblica. Virgilio da questo punto di vista fu esemplare. Intorno agli anni trenta, infatti, iniziò a scrivere le Georgiche, opera sul lavoro delle terre, secondo gli haud mollia iussa di Mecenate. Un decennio dopo fu il turno dell’Eneide, con la quale avrebbe dovuto esaltare Augusto attraverso il mito di Enea. Quest’opera fu talmente importante che il principe, nonostante fosse impegnato in una spedizione nella penisola iberica, continuava a mandare lettere a Virgilio per sapere come stesse procedendo, e quando l’autore morì andò contro la sua decisione di bruciare il manoscritto, e lo pubblicò così com’era.
Infine, non vi è una spiegazione al fatto che l’epoca del secondo triumvirato e di Augusto fu ricca di personaggi importanti per la letteratura, arte e musica dell’Europa; certo è che il principe ebbe il merito di garantire sicurezza ai letterati in modo da potersi dedicare solamente alla letteratura, e loro il merito di sfruttare questo periodo per produrre opere importanti.
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