Le prerogative del princeps Ottaviano


Ottaviano era uno di quei princeps che avevano un forte consenso popolare ed era agevolato dall'atteggiamento remissivo del Senato; inoltre Ottaviano non ebbe bisogno di attribuirsi ulteriori cariche o diritti. In tal modo il suo crescente potere personale, rientrando nella legalità, non era considerato dispotico o arbitrario e la sua autorità non viene mai contestata perché non entrò formalmente in collisione con le tradizionali istituzioni repubblicane. Nel 27 a.C. il Senato gli conferì titolo di Augustus, con una doppia valenza, una politica e l'altra religiosa: l'aggettivo infatti indicava "colui che ha accresciuto" con le sue imprese il dominio territoriale romano mentre il valore religioso si ricava dalla radice della parola, la stessa di àugure, il sacerdote incaricato di trarre gli auspici favorevoli a un'impresa.

In effetti, coerentemente con questa ultima accezione, il principe, dal 12 a.C. assunse anche il titolo di 'pontefice massimo', la suprema caricare religiosa romana. Il 23 a.C. Ottaviano lasciò finalmente la carica di console per assumere il tribunato della plebe, che gli consentiva il diritto di veto contro ogni forma giudicata contraria all'interesse del popolo e anche, il proconsolato, grazie al quale poteva di fatto guidare la politica sia di Roma sia delle province.
I comizi cittadini continuavano a esistere ma erano privati della funzione di eleggere le magistrature; il principe infatti, in qualità di censore, controllava le liste dei magistrati condizionandone l'elezione. Questo ruolo comunque gli permetteva di influenzare la composizione del Senato senza intaccarne formalmente l'autonomia decisionale. La forma assunta dallo Stato romano in seguito all'intervento di Augusta è definibile come principato cioè uno Stato che formalmente conservò tutte le istituzioni repubblicane ma che sostanzialmente ha visto concentrare tutto il potere nelle mani di un solo uomo, ovvero il principe.

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