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Età augustea: emancipazione femminile

All’epoca di Augusto, la condizione delle donne romane cambiò radicalmente. In primo luogo, cadde in disuso il vecchio matrimonio, che trasferiva la moglie nella famiglia del marito in condizioni di completa sottomissione all’uomo. Per i matrimoni non erano più necessari i vari riti nuziali celebrati nei secoli precedenti; ora, perché due persone venissero considerate sposate, bastava che decidessero di vivere insieme con l’intenzione di essere marito e moglie (maritalis affectio). Se questa convivenza veniva meno, il matrimonio era di conseguenza sciolto: a questo punto, dunque, anche le donne potevano decidere di divorziare, mentre prime era solo il marito a poterle ripudiare. Sempre a partire dall’età di Augusto, inoltre, fu emanata una serie di leggi che limitò i poteri del marito sulla dote della moglie: la dote era un complesso di beni e di denaro che la moglie portava con sé per contribuire alle spese della vita matrimoniale. Secondo le regole del diritto civile, essa era di proprietà del marito, che doveva restituirla solamente in caso di divorzio; per garantire alla moglie che il marito non la dilapidasse, Augusto cominciò a limitare la libertà dei mariti di vendere gli immobili che facevano parte dei beni della dote. In tal modo, cambiarono anche i rapporti economici e di potere tra moglie e marito.

Parallelamente furono introdotti altri importanti cambiamenti nella condizione femminile all’interno della famiglia. Da sempre i Romani avevano stabilito che le donne fossero sottoposte per tutta la vita a un tutore, senza la cui autorizzazione non potevano disporre dei loro beni (gli uomini, invece, avevano un tutore solo fino ai quattordici anni): la giustificazione che gli antichi davano di questa regola era la necessità di proteggere le donne dalla loro levitas animi, vale a dire dalla “leggerezza del loro animo”. Anticamente, inoltre, la sola parentela riconosciuta dal diritto romano era quella in linea maschile, e quindi tra la madre e i figli non esistevano alcun rapporto di parentela.

A partire dalla fine della Repubblica, invece, si cominciò a prendere in considerazione anche la discendenza in linea femminile; in caso di divorzio, inoltre i figli venivano di regola affidati al padre, ma si introdusse il principio che, nel caso questi si fosse dimostrato privi di un parente maschile in grado di assumersene la potestà, non erano più costrette a subire l’autorità illimitata di un tutore; potevano scegliere una figura di riferimento che guidasse le loro scelte (amministrando soprattutto i beni) e revocarne anche il mandato. In campo ereditario, fu riconosciuto il legame parentale fra la donna e i suoi discendenti, i figli in particolare, e concessa quindi alla moglie la possibilità di far ereditare i propri beni alla prole.

Le donne romane insomma cominciarono a godere di condizioni di vita e di un’autorità una volta impensabili. Furono, questi, gli anni della cosiddetta “emancipazione”, durante i quali a Roma vi furono persino donne letterate (come per esempio Sulpicia); alcune donne, poi, esercitarono la professione medica e, nel Foro, già nel finire dell’età repubblicana, erano apparse persino alcune donne avvocato. Bisogna ricordare, comunque, che la grande massa delle donne abbienti non ebbe alcun modo di godere della nuova libertà e, d’altro canto, che l’emancipazione femminile venne accolta dagli uomini in modo tutt’altro che favorevole: salvo poche eccezioni, infatti, i Romani guardavano con estrema diffidenza le donne “emancipate”. La poesia di Giovenale (autore vissuto dal 55 al 130 d.C circa) ce ne offre l’esempio più evidente: la celebre Sesta satira come un’accusa di rara e inaudita ferocia contro le donne; e la ragione di questa accusa è, appunto, l’emancipazione che alcune donne romane erano riuscite a ottenere.
Al di là delle differenze di appartenenza sociale, di età, di ricchezza, di origine famigliare – scrive Giovenale – le donne sono tutte uguali: “La lussuria è vizio di tutte, schiave e padrone”. Da quella che va scalza per le strade della città a quella che si fa portare in lettiga da schiavi siriani, tutte le donne – sempre secondo Giovenale – sono senza scampo dissolute e saccenti, se non addirittura adultere e avvelenatrici. Giovenale, ovviamente, non va preso alla lettera: la satira è per definizione un genere letterario che esagera la realtà e ne mostra gli aspetti estremi e caricaturali in modo provocatorio; i suoi testi, quindi, non possono essere considerati cronache ufficiali della vita dell’epoca.

In questa descrizione esasperata e dettata dall’odio e dalla diffidenza per le donne, però, possiamo cogliere la punta estrema di un atteggiamento maschile comune, facilmente riscontrabile nella società romana.

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