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Congiura contro Cesare
All’aristocrazia non interessava il fatto che nel giro di un solo anno la pace e l’ordine sarebbero state raggiunte e che si sarebbero ristabilite le condizioni per la creazione di un governo più efficiente: Cesare aveva tentato di non inimicarsi eccessivamente la classe senatoria, garantendo che le sue proprietà terriere sarebbero state toccate e aveva mantenuto la promessa, ma gli optimates temevano che Cesare aspirasse a diventare sovrano assoluto, instaurando una monarchia di tipo orientale. Si diceva, tra l’altro, che a spingerlo verso questa strada fosse Cleopatra alla quale egli era ancora legato e dalla quale aveva avuto un figlio di nome Cesarione. Inoltre Cesare era odiato anche da alcuni repubblicani, convinti che egli avesse privato Roma della libertà.
In questo clima maturò la congiura che avrebbe portato alla sua morte, segretamente decisa da un gruppo di persone di cui faceva parte anche Marco Giunio Bruto, figlio adottivo di Cesare. Il 15 marzo del 44 a.C – secondo il calendario romano, le “Idi” di marzo – Cesare si recò in Senato, nonostante fosse stato avvertito dell’esistenza del complotto; qui si trovò il passo sbarrato da un manipolo di congiurati, capeggiati da Bruto e da Cassio (già seguace di Pompeo e poi passato dalla parte di Cesare). Tra i suoi nemici vi fu il figlio adottivo e Cesare si rese conto che più lui era veramente finita. Dopo aver pronunciato l’ultima delle sue frasi passate alla storia (Tu quoque, Brute, fili mi!, “Anche tu , Bruto, figlio mio!”), si tirò la toga sul capo, offrendo così la sua vita agli dei e cadde sotto ventitré colpi di pugnale.

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