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Battaglia di Filippi e il tracollo degli anticesariani
Come prima misura per sgominare i nemici i triumviri ricorsero alle liste di proscrizione: proprio come ai tempi di Silla, le liste furono il pretesto per massacrare centinaia di innocenti al solo scopo di impossessarsi delle loro ricchezze. Tra le vittime politiche vi fu anche Cicerone che, pronunciando le Filippiche, si era attirato l’odio eterno di Antonio e che Ottaviano non volle o forse non riuscì a salvare. Bruto e Cassio nel frattempo avevano raccolto in Macedonia un esercito di circa 80.000 soldati.

Ottaviano e Antonio, mentre Lepido restava a controllare la situazione a Roma, partirono per costringerli alla battaglia: lo scontro ebbe luogo nel 42 a.C nella pianura di Filippi, fra la Tracia e la Macedonia, e vide la completa vittoria dei triumviri; per non dover seguire in catene il carro dei vincitori, Bruto e Cassio si suicidarono.


Alcuni superstiti del loro esercito riuscirono a fuggire in Spagna, unendosi a Sesto Pompeo (figlio di Pompeo “il Grande”), strenuo difensore dei valori repubblicani e nemico acerrimo di Antonio e Ottaviano. Costui, dopo aver conquistato la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, minacciava con le sue azioni piratesche il vettovagliamento della Capitale, ma non era in grado di dare battaglia poiché non disponeva di forze di terra. Il partito degli anticesariani, dunque, era finito: Roma era nelle mani dei triumviri.

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