pexolo di pexolo
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Presa di Roma (312)


Nel 310 Massimiano torna ad esigere il titolo di augusto e tenta di farsi proclamare tale ad Arles, in area costantiniana, utilizzando come espediente la sollevazione di una rivolta da placare; nel frattempo, in Africa , anche Domizio Alessandro sta tentando di far vacillare il potere di Massenzio. Costantino costringe Massimiano al suicidio. Nel 311 muore Galerio, pertanto restano Licinio e Massimino Daia; nel 312 Costantino, visto che la rivolta di Domizio Alessandro non ha avuto un esito positivo, muove verso Roma con l’esercito: Torino viene assediata e presa dopo qualche giorno, Milano apre le porte, c’è una battaglia molto forte verso Verona perché i pretoriani di Massenzio, che erano andati a bloccare i confini per sventare un ipotetico ingresso di Licinio in Italia. Ma Costatino è molto rapido: senza essere disturbato e con l’appoggio di alcuni vescovi , che egli ha preventivamente contattato, scende velocemente a Roma e, nella famosissima battaglia di Ponte Milvio, il 28 ottobre fa fuori Massenzio (il cui generale cade nel Tevere, è recuperato e usato da Costantino come simbolo del trionfo, prima di spedirlo in Africa ): la presa di Roma significa il possesso di Italia, Gallia, Spagna e Africa. Licinio, che si era spostato al confine nella speranza di anticipare Costantino, se ne ritorna insieme a Massimino Daia, che nel frattempo si è autoproclamato augusto, in Oriente. Trapela in questi anni l’eccezionalità di Costantino, che è anche spregiudicatezza e fama di potere, in quanto vuole dominare da solo: a differenza dei suoi predecessori Costantino, per le sue grandi capacità, resta al governo dal 306 finché non muore (337), mentre nel secolo precedente un imperatore durava in media pochi mesi (massimo due anni), in quanto veniva spesso assassinato dall’esercito. Altri elementi significativi sono la presenza di Licinio, che fin dall’inizio è una presenza scomoda, e di Massimino Daia, che era cesare e si è autoproclamato augusto (per controllare meglio l’Oriente); Costantino a Roma viene acclamato come liberatore dal tiranno, da una parte cospicua del Senato, una parte del quale vola verso Licinio e Massimino Daia, nel tentativo di fare una rivolta.
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