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Verso la modernità- il capitalismo

Nell'arco di qualche secolo, a partire circa dal 1500 e dall'epoca delle grandi scoperte geografiche, in Europa si è avviato un periodo di deciso cambiamento, in accelerazione progressiva fino a oggi ininterrotta. Dopo millenni di passo lento, la storia in Europa prende velocità e nel giro di qualche secolo porta cambiamenti di enorme portata, che investono tutte le dimensioni della vita sociale (economica, politica, culturale) e coinvolgono grandi quantità di persone non solo in Europa. Si tratta delle premesse, per così dire, di quella situazione planetaria che oggi definiamo globalizzazione.
Le scienze sociali, sociologia e antropologia in particolare, sono legate anch'esse a queste trasformazioni, perché nascono proprio nella seconda metà dell'Ottocento come tentativi di comprendere meglio che cosa era accaduto e stava accadendo, sia dentro l'Europa (sociologia), sia al di fuori (antropologia). Di fatto, le trasformazioni che hanno rivoluzionato il modo di vivere occidentale sono tre: l'avvento del capitalismo, la nascita dello Stato moderno, l'individualismo.
Il capitalismo è un'economia monetaria, perché gli scambi non avvengono direttamente (tramite il baratto, per esempio) ma attraverso la mediazione del denaro. Il capitalismo prevede che sul mercato, oltre alle merci, si scambi anche la forza lavoro, perché i capitalisti hanno bisogno del lavoro degli operai per le loro imprese e gli operai hanno bisogno di vendere ai capitalisti la loro forza lavoro. Il capitalismo si pone come fine il profitto. L'essenza del capitalismo è la razionalità, cioè l'orientamento all'insegna del rapporto mezzi-fini, agevolato dalla tecnologia e dall'amministrazione contabile moderna. Questi tratti hanno rivoluzionato l'organizzazione della produzione feudale, nei vari settori dell'agricoltura, del commercio mercantile, dell'artigianato. Come ha ben delineato Weber, la civiltà occidentale con il capitalismo ha avviato un processo nuovo, razionale, mentre altre civiltà si sono fermate, per motivi storici o sociali. I capitalisti sono "uomini nuovi", che appunto innovano, cercano strade inedite, si sforzano di espandere i loro affari e la loro impresa, sperimentano nuove tecniche e forme organizzative, sfidano la mentalità tradizionale dei ceti aristocratici e religiosi, puntano al profitto. Non è il profitto in sé però il tratto specifico del capitalismo razionale, precisa Weber: «[...] l'aspirazione al guadagno, al guadagno monetario più grande possibile, non ha di per sé nulla a che fare con il capitalismo. Questa aspirazione è esistita ed esiste in camerieri, medici, cocchieri, artisti, cocottes, funzionari corruttibili, soldati, banditi, crociati, frequentatari di bische, mendicanti - si potrebbe dire - in all sorts and conditions of men, in tutte le epoche e in tutti i Paesi della terra [...]. La più sfrenata bramosia di acquisizione non si identifica per nulla con il capitalismo e tanto meno con il suo spirito [...]». (M. Weber, L'etica protestante, Rizzoli, Milano 1982, 5).
L'affermazione del capitalismo industriale ha favorito un continuo mutamento della tecnologia produttiva, che ha incentivato lo sviluppo della scienza. Al tempo stesso lo sviluppo del capitalismo moderno ha cambiato il modo di vivere delle persone, determinando l'urbanizzazione e il lavoro in fabbriche e uffici, anziché in campagna, e quindi influenzando gran parte delle istituzioni sociali e causando nuovi sviluppi politici. La famiglia si è trasformata da estesa a nucleare e ha progressivamente delegato parte delle sue funzioni ad altre istituzioni (per esempio alla scuola), lo Stato ha assunto un ruolo importante nel controllare il ritmo dello sviluppo economico e il benessere dei cittadini.
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