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Rinnovamento italiano del XVIII secolo: l’illuminismo napoletano

L’opera degli scrittori illuministi meridionali erano più teorici e speculativi rispetto a quelli milanesi e soprattutto eredi di una solida tradizione giuridica. Fra questi abbiamo Antonio Genovesi, un sacerdote che aspirava a liberare la sua patria dall’ignoranza e sperava di realizzare questo suo progetto appoggiandosi anche alle classi più umili. Titolare della cattedra universitaria di economia politica, fece scandalo perché utilizzava la lingua italiana e non la lingua latina. Nei suoi scritti sostenne che l’istruzione era il primo ed unico mezzo per risanare il regno di Napoli. Il nome di Gaetano Filangieri è legato all’opera Scienza della legislazione, una summa di regole da proporre al proprio sovrano, nell’ambito del dispotismo illuminato. Fra l’altro, in uno dei cinque libri di cui si compone lo scritto, egli sostiene l’esistenza di un tribunale che nessun tiranno è ancora riuscito a far tacere: l’opinione pubblica; tuttavia, continua, affermando che esiste un mezzo per rendere tale tribunale più utile per i sovrani illuminati: la concessione della libertà di stampa. Vissuto a Napoli è anche Ferdinando Galiani, un abate specialista nei problemi legati alla moneta e al commercio del grano. Egli fu considerato il più sorprendente di tutti gli illuministi italiani, anche a Parigi, dove giunse come segretario di ambasciata. Discepolo del Filangieri fu Francesco Mario Pagano, un insegnante di ritto penale. Nei suoi scritti, egli deplora le durissime condizioni dei pescatori, costretti ad indebitarsi durante l’inverno con i negozianti all’ingrosso per essere poi costretti a cedere un un prezzo irrisorio la pesca dei mesi migliori. Fu membro del governo provvisorio della Repubblica partenopea e per questo fu inviato al patibolo come Eleonora Fonseca Pimentel. Anche il palermitano Giovanni Meli, nelle sue Riflessioni sullo stato presente del Regno si occupa delle condizioni di vita miserrime del popolo, soprattutto della plebe contadina. Fu anche poeta e come tale si impegnò a far ritrovare alla lingua siciliana lo splendore di un tempo. Con questo scopo scrisse quattro raccolte di stampo arcadico, Buccolica. Tuttavia, nei suoi versi i tradizionali motivi arcadici si incontrano felicemente col mito del ritorno alla natura cario a Rousseau. Il modo bucolico, fino ad allora superficiale e molto salottiero, trova nell’opera del Meli la sua giustificazione più profonda, una sincerità ed una spontaneità mai viste prima.
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