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L'età nell'Arcadia


Il Settecento fu un secolo di profondi cambiamenti sociali, economici e culturali, nel quale anche l’arte, figurativa e letteraria, trovò nuovi stimoli. La prima svolta determinante si verificò nel 1713 con la pace di Utrecht, che consegnò parte dell’Italia al dominio austriaco. I nuovi sovrani risanarono i guasti economico-sociali del malgoverno spagnolo e, guidati da una mentalità nuova, produssero condizioni più favorevoli allo sviluppo della cultura. Il Settecento fu infatti il cosiddetto “secolo dei lumi”, il tempo dell’“assolutismo illuminato”, l’epoca - insomma - in cui si affermarono e si diffusero le idee illuministiche di ragione ed uguaglianza.
Se però in Italia le condizioni di vita migliorarono, fu soprattutto merito della borghesia, che affermò il proprio peso economico e culturale approfittando dell’atteggiamento più permissivo dei regnanti. Al contrario, i ceti privilegiati della nobiltà e del clero s’indebolirono, e persero la conduzione delle attività artistiche. In campo letterario s’innescò un processo di rinnovamento in risposta al decadente barocco seicentesco; la prima e forse più significativa reazione fu rappresentata dall’Accademia dell’Arcadia.
L’Arcadia nacque a Roma, nel 1690, da un gruppo di letterati, e rifece il suo nome all’omonima provincia greca che fu patria di illustri pastori e poeti. L’Accademia si prefisse lo scopo di cancellare l’onta del barocco seicentesco, riferendosi nuovamente alla letteratura classica ed ai maggiori modelli del “buon gusto” umanistico e medievale. Ebbe il merito di raccogliere attorno al proprio simbolo i maggiori letterati d’Italia, compresi i più celebri Giuseppe Parini e Niccolò Vittorio Alfieri.

Biografia e pensiero: Giambattista Vico (1668-1744)


Napoletano, figlio di un modesto libraio, Giambattista Vico condusse gli studi presso l’Università di Napoli, dove in seguito insegnò Eloquenza e Retorica per parecchi anni. Dalla sua attività di docente nacquero le sette Orazioni inaugurali, scritte per l’apertura degli anni accademici, l’ultima delle quali (De nostri temporis studiorum ratione) fu il primo rilevante lavoro filosofico dell’autore. In quest’opera egli dichiarò la propria avversione alla filosofia razionalista di Cartesio, che voleva l’uomo nella piena conoscenza della natura, e non solo interprete, attraverso la fisica, di alcuni suoi concetti. Vico sostenne, invece, la filosofia del verum ipsum factum (la verità è nello stesso fare), secondo cui l’uomo conosce quel che produce, mentre a Dio soltanto spetta la piena conoscenza del mondo naturale. Dio, dunque, è per Vico la verità fondamentale da cui hanno luogo le diverse realtà accessibili all’uomo, diversamente dalla filosofia cartesiano del cogito ergo sum, che poneva le capacità razionali all’origine di ogni possibilità di conoscenza.
Dal 1710 Vico ampliò la sua filosofia in senso metafisico, nell’opera De antiquissima italorum sapientia. Attratto dalla prestigiosa cattedra di Diritto elaborò anche opere di carattere giuridico (Sinopsi del diritto universale, De uno universi juris principio et fine uno e De constantia philologiae), dalle quali scaturì la cosiddetta Scienza Nuova, o Principi d’una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni. Considerata il suo capolavoro, la Scienza Nuova fu successivamente perfezionata in una seconda e in una terza edizione; per quanto complessa nel linguaggio e nella sintassi l’opera trasse giovamento dalla raccolta di assiomi (“degnità”) posta quasi all’inizio, nella quale Vico collezionò gli elementi fondamentali della trattazione. Da qui trapela il disegno vichiano delle tre età: l’età degli dei, cioè l’infanzia dell’uomo ove prevalgono le sensazioni; l’età degli eroi, il tempo delle civiltà antiche e la giovinezza umana della fantasia; l’età degli uomini, ossia la cultura classica evoluta e moderna, nonché la maturità dell’uomo adulto che affonda le radici nella ragione già coltivata. Con l’autobiografia Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo, il filosofo riconobbe in Platone, Tacito, Bacone (l’inglese Francis Bacon) e Ugo Grozio i principali maestri del modello ideale dell’uomo.

Alcune «degnità» (Giambattista Vico)dalla Scienza Nuova


Le 114 degnità (latinizzazione di “assioma”, dal greco axiòs, “degno”) con cui Vico apre il trattato della Scienza Nuova sono l’insieme dei postulati, tratti dai più diversi campi del sapere, su cui egli basa la sua opera. Con ciò Vico segue il modello della geometria euclidea (già del metodo applicato da Galileo Galilei al mondo della fisica), secondo il quale l’individuazione e l’enunciazione delle verità fondamentali precede logicamente la costruzione dei teoremi. Naturalmente il principio è qui applicato ai fini di una trattazione insieme storiografica, filosofica e scientifica, che mira alla definizione dell’esperienza umana attraverso l’analisi metodica dei fatti storici.
L’elemento che più emerge dalla Scienza Nuova di Vico è la vastità della realtà da lui presa in considerazione, entro la quale si accostano campi disciplinari molto lontani. Dopo aver considerato le caratteristiche dei processi conoscitivi dell’uomo, Vico passa, infatti, a trattare le fonti della conoscenza, le condizioni dell’uomo primitivo e le regole che presiedono allo sviluppo delle istituzioni civili. Il tutto è visto sotto più aspetti e nella dimensione dinamica dei processi di trasformazione della civiltà. Lo stile è comprensibilmente epigrafico (stringato), poiché ogni “degnità” è costruita su antitesi e sul rapporto di causa ed effetto.

Sognai sul far dell’alba (Giambattista Felice Zappi)


Sognai sul far dell’alba, e mi parea
ch’io fossi trasformato in cagnoletto;
sognai ch’al collo vago laccio aveva;
e una striscia di neve in mezzo al petto.

Era in un fraticello, ove sedea
Clori, di ninfe in un bel coro eletto;
io d’ella, ella di me prendeàn diletto;
dicea: «Corri Lesbino»: ed io correa.

Seguìa. «Dove lasciasti, ove sen gìo,
Tirsi mio, Tirsi tuo, che fa, che fai?»
Io gìa latrando, e volea dir: «Son io».

M’accolse in grembo, in due piedi m’alzai,
inchinò il suo bel labbro al labbro mio,
quando volea baciarmi io mi svegliai.


Il sonetto nasce, probabilmente, dall’osservazione di una scena reale. Il cicisbeo è, secondo il costume settecentesco, corteggiatore galante delle dame e custode dei loro preziosi animaletti. Egli qui deve assistere alle effusioni d’affetto rivolte da lei al suo cagnolino, e roso d’invidia desidera e immagina di sostituirglisi. Infine, però, il giovanotto ritorna alla realtà, dov’egli è distante “in due piedi” e il cagnolino “in grembo”.
Il tema del sonetto ben esemplifica la poesia galante, sdolcinata e quasi leziosa dell’arcade Zappi (tra i fondatori della scuola d’Arcadia), favorito per questo dalla nobiltà, soprattutto femminile, del suo tempo. Il carattere melenso dei suoi scritti lo espone a parodie e a critiche da parte di altri letterati, che vedono nei suoi versi l’amore come cantato da Tetrarca e smancerie eccessivamente profuse.
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