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L’invenzione della cipria

vv. 7845-748 Giunta al suo termine è l’opera dotta del pettine. L’elegante maestro spande tutt’intorno, scuotendo la mano, una polverosa nuvola di cipria affinché i tuoi capelli sembrino bianchi prima del tempo (come voleva la moda del XVIII secolo).
[ Il parrucchiere era per lo più francese e nel Settecento era molto stimato, quasi come fosse un artista. La cipria veniva diffusa in un apposito stanzino al fine di ottenere un’imbiancatura uniforme della chioma del Giovin Signore]
[A questo punto inizia il racconto mitologico sull’uso di imbiancarsi di cipria i capelli per i giovani e di ravvivare il colore delle guance per i vecchi]
vv. 749-771 Ad un tratto tutta la corte del dio Amore si sentì risuonare di un orribile litigio. I vecchi tardi nei movimenti e rugosi in volto osarono disputare con i giovani nipoti sull’ordine di precedenza dinnanzi al trono del Dio. I giovani freschi e baldanzosi scoppiarono in una risata fragorosa e con parole aspre e pungenti prese in giro l’audacia dei vecchi. Nacque un gran tumulto; se non che Amore che vuole tutti ugualmente soggetti alla sua legge, intervenne per<sedare quel pericoloso litigio e a quei suoi servi che avevano i capelli bianchi e che militavano fra le sue schiere, impose di simulare con arte (= con il rossetto) i rosei colori che la natura, spontaneamente, fa sorgere sulle gote giovanili; quindi fece un cenno e in un baleno furono visti mille Amorini ed un candido fioccar di cipria che si venne poi a posare sulle chiome dei giovani e trasformò in bianche le capigliature bionde, nere e perfino quelle rosse che dispiacevano ai costumi del secolo. In questo modo, nella reggia di Amore, non si era più in grado di distinguere le due età opposte (= entrambi rosei nel volto e bianchi nei capelli) Solo dal tatto si sarebbe potuto scoprire l’età.
[Terminato il racconto mitologico sull’origine della cipria, il Parini riprende il tono satirico]
vv. 772-778 Ora tu, o Signor mio [di cui il Parini era precettore], tu che sei il primo onore e il primo ornamento del regno dell’ Amore, affronta nell’apposito stanzino la bianca polvere. Ecco che dopo essere stata sparsa da una mano provvidenziale, contrasta con l’aria nella quale trova un ostacolo a causa della sua leggerezza, e delle sue particelle ricopre ogni cosa.
[Secondo l’usanza del tempo, per indicare le particelle della cipria, Parini usa il termine atomo, rifacendosi così all’atomismo di Newton. Infatti nel XVIII secolo era molto frequente l’uso nella poesia, anche in quella più classicheggiante, il ricorso a vocaboli strettamente scientifici.]
vv. 779-780 Ora, fatti coraggio e slanciati, pieno di coraggio, in mezzo a quella vorticosa nebbia di cipria. Bravo! Così! Sei forte.
[In questi versi Parini raggiunge il punto culminante dell’ironia. Passare nello stanzino della cipria e lasciarsi ricoprire i capelli diventa un atto di eroismo e di forte coraggio degno di suscitare il plauso del precettore. L’ironia diventa più incisiva nei versi successivi]
vv. 781-797 Uguale a te il tuo grande antenato, si gettò tra il fuoco orribile di Marte, infuriando quando difese i trepidanti dei della patria (=i Lari) e sconfisse mettendoli in fuga il nemico feroce. Identico è l’ardire del Giovin Signore a quello del suo antenato e tuttavia quanto è diverso il loro aspetto!. L’antenato uscì dalla battaglia con il volto annerito dal fumo e cosparso di sangue nero e di sudore e con i capelli strappati e scompigliati, uno spettacolo fiero per i cittadini medesimi che la sua mano aveva salvato. Mentre tu, assai più dolce e leggiadro a vedersi, coperto di bianco, uscirai tra poco ad allietare gli occhi della cara tua patria, alla quale il forte braccio dell’antenato e il viso divino del nipote erano destinati a portare salvezza. La patria ti attende con impazienza ed il tuo ritardo di poche ore le sembra lungo quanto mille anni.
[Nei due versi finali si può notare un tocco di malizia perché non è la patria che attender il Giovin Signore, bensì la dama per le cerimonie cortesi della giornata]
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