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Questo scritto è in italiano dell’epoca. In questo secondo scritto Galileo vuole dimostrare la valenza della teoria copernicana da lui dimostrata scientificamente. Lo fa però in modo particolare: il dialogo è fra un sostenitore della teoria tolemaica, chiamato Simplicio, e un sostenitore della teoria copernicana, chiamato Salviati. Tra i due si interpone un giudice, un mediatore, che viene chiamato Sagredo, un nobile dell’epoca. Galilei non dice che la teoria eliocentrica è migliore di quella geocentrica; è il dialogo a far emergere la maggior valenza di una sull’altra. Lo stesso nome Simplicio per il sostenitore di Tolomeo fa pensare ad un sempliciotto.

Il giudice Sagredo rappresenta il lettore comune. Il dialogo è rivolto a tutti perché Galileo vuole che arrivi al popolo, non solo agli scienziati.
La cosa fondamentale del dialogo è che Galilei non mette mai il suo punto di vista; non costringe il lettore a condividere le posizioni di Salviati ma riesce a far arrivare l’autore alla giusta conclusione.
Simplicio, che rappresenta il sistema tolemaico, non crede alle cose evidenti che Galileo fa emergere grazie a Salviati. Quest’ultimo per cercare di convincere Simplicio del sistema copernicano usa l’esempio della nave. Ciò che sta in una nave in movimento sta in realtà fermo. Noi siamo fermi ma sappiamo che la Terra si sta muovendo intorno al sole.
Galileo ha dimostrato che il sistema sperimentale ha dimostrato la falsità delle teorie precedenti.
Quindi oltre a dimostrare la veridicità ha dimostrato la semplicità di questo scienziato che nonostante gli esempi pratici continuava a sostenere il principio di autorità (“Ipse Dixit”).
Galileo è costretto ad abiurare e tutti i suoi scritti vengono distrutti ma proprio grazie all’abiura passò il resto della sua vita in una villa agli arresti domiciliari, strettamente controllato.

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