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Scienze e modernità in Cesare Beccaria


Critica delle scienze

Nel capitolo Delle Scienze, Beccaria critica il Discorso sulle scienze e sulle arti di Rousseau e il suo racconto del passaggio dall'ignoranza al sapere. A partire dalla tesi, peraltro condivisa da Beccaria, secondo cui «la cieca ignoranza è meno fatale che il mediocre e confuso sapere», Rousseau deduce erroneamente la necessità di concentrare il sapere. Cioè, a suo avviso le scienze sono tanto più utili quanto meno sono accessibili; secondo Beccaria, invece, l’errore non resiste alla diffusione delle conoscenze. Mentre per Rousseau va recuperata la verità insita nel primigenio stato d’ignoranza dell’umanità, in quanto le scienze successive hanno corrotto l’uomo, per Beccaria il ritorno al primo stadio è ormai impossibile. Anche secondo lui le scienze sono state spesso frutto di errori o al servizio del potere, ma non è opportuno scoraggiarsi. Le prime verità non potranno essere recuperate grazie al rimpianto, ma solo sottoponendo all'esame della ragione la situazione concreta con cui l’umanità deve fare i conti. La posta in gioco è ormai il «passaggio dagli errori alla verità». Beccaria spiega come i potenti e i tiranni hanno fatto cattivo uso delle scienze per ottenere l’obbedienza dei più deboli, articolando il discorso in tre posizioni. In primo luogo, i sovrani e i magistrati hanno voluto apparire come depositari di un sapere superiore e inaccessibile, impenetrabile e dunque inaccessibile; in secondo luogo, le loro conoscenze hanno sviluppato un “asianesimo retorico”, cioè si sono svuotate di contenuto: non sono più volte alla descrizione del reale ma all'autocelebrazione e alla pura manifestazione del loro prestigio; infine, i potenti si presentano come giudici e vendicatori delle intenzioni, come il braccio armato della giustizia divina, esercitando la paura tirannica sui sudditi atterriti.

Avvento della modernità

Se è vero che «la ragione non è quasi mai stata la legislatrice delle nazioni», è pur sempre possibile invertire il processo. Infatti, secondo Beccaria una serie di fattori che contraddistinguono la modernità, come l’invenzione della stampa, la diffusione delle idee filosofiche e lo sviluppo del commercio permettono di coltivare nuove speranze. Alle piccole città del passato sono subentrate le grandi nazioni territoriali moderne, il cui centro di gravità si è spostato dalla guerra al commercio e in cui l’ideale violento del conquistatore è stato sostituito dall'ideale civile del mercante. Ma la politica moderna, e in particolare il diritto penale, può e deve far conto anche sulla passione dei suoi sudditi, in quanto i loro sentimenti si sono evoluti per effetto del progresso dei lumi, che hanno preferito imitare la natura anziché gli antichi.
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