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Alfieri, le “Rime”


Tra le sue opere la più vicina alle tragedie è la raccolta delle rime che l’Alfieri compose nel corso della sua vita, nei metri propri della nostra tradizione lirica.
Com’è ovvio, egli scavalcò sdegnosamente l’Arcadia, cioè le forme cantabili e facili di cui si era compiaciuta, e si rifece direttamente al Petrarca, ma a un Petrarca rivissuto e ritrascritto con l’animo che si è indicato e con il gusto- che allora si veniva delineando, e di cui la diffusione di Ossian era stato un momento essenziale- per una natura che con la sua violenza tempestosa fosse sfondo a passioni di animi solitari e grandi. Dal Petrarca perciò l’Alfieri dedusse la tendenza a trascrivere in letteratura i propri casi esteriori e i casi dell’animo; il gusto dell’introspezione attenta ai minimi moti del cuore; il compiacimento a fermare la propria vita in forme che la nobilitassero sottraendola al tempo; mentre ne trasse una lingua poetica esercitata nell’anisi psicologica, che talvolta egli ripeté pedissequamente, con quella sua inclinazione a una lingua e a uno stile tolti di peso dai libri, piuttosto che còlti nella vita. Per questi caratteri, qui tratteggiati sommariamente, il più delle volte le rime dell’Alfieri sono solo un esercizio letterario, anche se esso spicca, nel nostro Settecento, per la sua dignità.
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