La scuola italiana è 'classista'? Lo sapevamo già. Ma all'estero è pure peggio

Ilaria_Roncone
Di Ilaria_Roncone

scuola italiana classista

Che la scuola italiana fosse classista forse lo sapevamo già. Il polverone che si è sollevato negli scorsi giorni a causa dei rapporti di autovalutazione di alcuni prestigiosi istituti, che si vantavano di avere solo alunni 'di un certo tipo', ha solo riaperto un dibattito che si trascina da anni. E che trova, al momento delle iscrizioni, puntuali conferme: la scelta della scuola è influenzata dal 'fattore ereditario'. Le famiglie più abbienti (o con un livello culturale medio-alto) tendono a mandare i figli nei licei. Gli altri puntano più sui tecnici e i pofessionali. Ma, guardandoci attorno, scopriamo che non siamo messi poi così male sul livello d'inclusività del nostro sistema scolastico. Soprattutto se confrontiamo i nostri numeri con quelli di altri grandi Paesi.

Il portale 'Scuola in chiaro'

Tutto è partito da Scuola in chiaro, il portale creato dal Ministero dell’Istruzione per censire tutti gli istituti d'Italia. Un grande strumento di orientamento. Peccato che non sia particolarmente sfruttato. Basti pensare che in base a una recente ricerca di Skuola.net, il 73% degli studenti non ne ha mai sentito parlare. E, tra quel 27% che afferma di conoscerlo, lo hanno usato davvero in pochi per scegliere la scuola a cui iscriversi: appena il 55%, poco più della metà.

Dati alla mano: la scuola italiana è classista

Per far diventare famoso 'Scuola in chiaro' c'è voluto il caso da prima pagina. Proprio i dati ricavati dai Rav (rapporti di autovalutazione) caricati da alcuni dirigenti scolastici hanno evidenziato quanto la scuola italiana sia, in certi classi, profondamente elitaria. E così porre l’accento su una didattica senza impacci diventa la chiave per fare iscrivere i ragazzi ai licei più selettivi. Ma quali sono questi impacci? Adolescenti stranieri o ragazzi bisognosi di sostegno. Una scuola priva di stranieri, di poveri e di persone diversamente abili favorirebbe, come si legge in alcune di queste autovalutazioni, l’apprendimento. Ma ha senso rimanere tanto sorpresi? La verità è che non è una novità, i dati hanno sempre parlato chiaro. Le classi sociali ancora esistono e hanno un peso nell'orientare il nostro futuro, come se questo fosse già scritto nel nostro DNA.

La scuola che si sceglie? Dipende dalla famiglia

Nella scelta della scuola siamo influenzati dalla nostra provenienza. Nella gerarchia sociale non si scende e non si sale. Dove l’orientamento non arriva decide per noi la situazione dalla quale veniamo. Così sarà quasi impossibile che un figlio di operai possa riuscire a laurearsi e, viceversa, che il figlio di una coppia di laureati vada a lavorare subito dopo il diploma. Questo ragionamento ha senso, forse, solo pensando al fattore economico: inutile fare il liceo per ragazzi provenienti da famiglie con un reddito tale da non poter poi garantire la frequenza dell’università. E in più ci si mette la concreta possibilità di rimanere senza un lavoro con un’adeguata retribuzione anche per diversi anni dopo la laurea.

Il legame tra situazione familiare e rendimento scolastico

Secondo il rapporto Almadiploma 2017, fra i diplomati nel 2017 il 14% dei ragazzi con almeno un genitore laureato aveva concluso la scuola secondaria di I grado con “10 o 10 e lode”; questa percentuale si riduce all’8% fra i figli di genitori con al più il diploma di maturità e al 4% fra i figli di genitori con grado di istruzione inferiore. Analogamente, chi ha genitori di estrazione sociale elevata ottiene “10 o 10 e lode” nell’11% dei casi, mentre chi proviene da famiglie meno avvantaggiate raggiunge il massimo dei voti solo nel 6% dei casi.

E all’estero?

Così come all’estero, anche in Italia chi proviene da situazioni familiari disagiate o povere ha meno possibilità di intraprendere un percorso scolastico di successo. Ma, a sorpresa, secondo il rapporto OCSE 2015 la relazione tra lo status socio-economico e il successo scolastico pesa meno in Italia che in tanti altri Paesi OCSE. Con numeri ben più bassi rispetto alla media generale. Da noi, infatti, gli studenti immigrati di prima o seconda generazione non ottengono risultati paragonabili nelle materie scientifiche a quelli dei coetanei italiani. Ma, al raddoppio del numero di studenti immigrati presenti nelle nostre classi, (siamo passati dal 4% del 2006 all’8% del 2015) è corrisposto un calo significativo di questo divario d'apprendimento. Segno che, anche di fronte a sostanziali differenze sociali e alle difficoltà nella lingua, la nostra scuola riesce ad essere inclusiva. Non al massimo ma sicuramente meglio di tanti altri sistemi.

Ilaria Roncone

Skuola | TV
Il Vicepremier Matteo Salvini risponde agli studenti - #MeetMillennials

Con il Vicepremier e Ministro dell'Interno parleremo di attualità, scuola e molto altro. Curioso di scoprire cosa dirà? Non perdere la puntata!

17 dicembre 2018 ore 15:00

Segui la diretta