Atenei di provenienza nei concorsi: no di 7 su 10

Serena Rosticci
Di Serena Rosticci

foto di atenei di provenienza nei concorsi pubblici studenti dicono no

L’emendamento dell’on. Marco Meloni approvato nel ddl della Pubblica Amministrazione non piace agli studenti. 7 su 10 sono assolutamente contrari a dare tutta questa importanza all’ateneo di provenienza nei concorsi pubblici. Di questi più di 1 su 2 crede che una decisione del genere non faccia altro che aumentare le disparità tra gli studenti. E comunque l’emendamento non influenza in nessun modo le scelte future e passate dell’università in cui studiare per la maggior parte dei casi. È quanto ci hanno raccontato molti di voi in una piccola indagine.

MI LAUREO DOVE VOGLIO: LA PETIZIONE DI LINK - In seguito all'approvazione dell'emendamento gli studenti di Link hanno iniziato una protesta per esprimere il loro dissenso. Non sono bastate le ritrattazioni dell'On. Marco Meloni e neanche la promessa del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, di ritirare il provvedimento il 13 luglio. Link ha infatti lanciato la petizione "Mi laureo dove voglio" per opporsi ad un atto "classista" che contribuisce a creare disparità tra studenti e università. "A noi le dichiarazioni non bastano - afferma Alberto Campailla, portavoce di LINK - Coordinamento Universitario - per questo lanciamo una raccolta firme per promuovere il ritiro di questo vergognoso emendamento che di fatto sancisce che i corsi di laurea non hanno lo stesso valore e, sulla base di valutazioni molto criticabili delle università, rende più difficile l’accesso ai concorsi per gli studenti di determinati atenei“.

AUMENTO DELLE DISPARITÀ, FAVORITISMI AI PRIVATI E NIENTE DIRITTO ALLO STUDIO - Il peso dell’ateneo di provenienza nei concorsi, oltre ad alimentare le disparità tra gli studenti come sopra citato, per molti degli intervistati in disaccordo con l’emendamento in questione favorirebbe solamente le università private (23%) e non garantirebbe il diritto allo studio (15%). Tra chi si è posizionato sul no all’emendamento, una percentuale superiore della media è composta da studenti del Sud Italia o delle Isole.

L'EMENDAMENTO? PER I FAVOREVOLI DANNEGGI I FURBETTI E PREMIA LA MERITOCRAZIA - Sono appena 2 su 7 i ragazzi che approvano la scelte dell’on.Meloni: per loro grazie all’emendamento approvato si premia chi ha investito tempo e denaro in percorsi che puntano su formazione e competenze (43%) e si penalizzano tutti quei furbetti che scelgono gli atenei di manica larga (36%). Per 1 su 10 che in accordo con l’emendamento, questa scelta comunque non cambierà molto le cose, tanto i giovani non puntano più tutto sui concorsi pubblici come si faceva una volta.

Hai già scelto l'università in cui studiare? Preparati ai test d'ingresso!

UN EMENDAMENTO CHE NON CAMBIA LE SCELTE DEGLI STUDENTI - Comunque l’emendamento non fa cambiare idea sull’università in cui iscriversi a circa 9 diplomati su 10 che sanno già dove farlo, nè ad altri 9 su 10 circa che ancora ci stanno pensando. E nemmeno tornerebbero sui loro passi un altro 90% circa di universitari o laureati. Perché? Tra i neo diplomati che hanno già scelto l’università in cui studieranno nei prossimi anni, vince la convinzione di aver già optato per un ottimo ateneo (45%) così come per chi i suoi studi li ha già completati o per lo meno iniziati (43%). Le basse possibilità economiche influenzano la scelta dell’ateneo da frequentare solo di 1 neo diplomato su 5 che ancora deve scegliere l’università nella quale iscriversi.

AFFIEVOLITO IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO? - “Innanzitutto dalla lettura dell’emendamento proposto emerge che la valutazione del voto minimo di laurea avverrebbe sia con riferimento ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato sia al voto medio di classe omogenee di studenti - afferma a Skuola.net Francesco Ferrante di AlmaLaurea, che continua - una cosa è tuttavia pensare di normalizzazione i voti – anche se si tratta di un’operazione delicata e complessa – altra è dire che le università sono diverse in termini di qualità. I ranking attualmente disponibili sono poco affidabili e discutibili sul piano metodologico. Senza dire che affermare per legge che un’università è migliore di un’altra comporterebbe nei fatti un affievolimento del valore legale del titolo di studio”.

Serena Rosticci

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