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Disturbi di ansia


I Disturbi d’ansia vengono categorizzati nell’Asse I e vengono considerati tra questi l’ansia di separazione, l’ansia di attacco di panico, la fobia specifica (situazionale) e la fobia sociale, l’agorafobia, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo di ansia generalizzata, il disturbo acuto da stress, il disturbo post-traumatico da stress.
L’ansia è una situazione di disagio che risulta incontrollabile da parte del soggetto; è una condizione di angustia, di ristrettezza (si ha una regressione dell’Io).
Essa è una reazione normale nel corso del nostro sviluppo psicologico, ma nel caso patologico è una situazione di minaccia.
Bisogna saper distinguer, nel senso patologico, 3 tipi di ansia:
1. Ansia nevrotica: non implica la perdita dell’esame di realtà né dell’integrazione dell’identità.
2. Ansia psicotica: implica non solo un sentimento di minaccia, di pericolo pervasivo ma anche un deficit dell’integrazione dell’identità; il soggetto psicotico ha paura del furto del pensiero (cioè se un soggetto sta pensando quello che pensa lui, il soggetto psicotico è convinto che gli stia rubando il pensiero) e tende al ritiro perché essere nella realtà e troppo angoscioso, troppo doloroso (vi è un deficit dell’esame di realtà).
3. Ansia borderline: implica un deficit dell’integrazione dell’identità e dell’esame di realtà.
Questi disturbi d’ansia hanno un’origine e posso essere compresi sempre rispetto alle varie teorie dello sviluppo psicologico del bambino (per esempio, il modello delle relazioni oggettuali di Kernberg, il modello kleiniano in cui l’angoscia di frammentazione all’inizio della vita psichica-nel bambino-si trova anche nell’adulto psicotico, nevrotico o borderline).
Dal punto di vista psicodinamico (anche questo non si trova nei criteri del DSM-IV)) sappiamo che un soggetto non riesce a integrare l’esperienza della separazione e quindi la sperimenta sempre sotto il segno del pericolo, della minaccia, dell’ansia perché non ha conseguito una costanza oggettuale.
L’ansia di separazione la troviamo nell’infanzia e nell’adolescenza, ma la troviamo come condizione fenomenologica, come condizione di tensione, di minaccia, di pericolo, di preoccupazione eccessiva, quindi come forme dell’ansia in tutte le condizioni psicopatologiche.
Per esempio, nel DSM-IV la condizione borderline è caratterizzata proprio dalla preoccupazione eccessiva, dall’angoscia persistente e diffusa da parte del soggetto che ha paura di essere abbandonato, dii essere lasciato solo di fronte alla realtà: ciò ha alla base, all’origine una condizione di mancanza di supportività per ciò che riguarda l’esperienza dell’essere separati dagli oggetti di riferimento; quindi il soggetto borderline certamente non ha avuto delle figure di attaccamento valido, non ha realizzato la costanza oggettuale, ed è stato contrassegnato nella prima parte dello sviluppo fino all’adolescenza (quando si comincia a strutturare il disturbo di personalità) dall’ansia di separazione.
Tuttavia, non bisogna studiare solo i criteri diagnostici del DSM, ma anche i modelli evolutivi che ci serviranno per fare delle valutazioni psicodinamiche nell’ambito della psicopatologia quando facciamo un colloquio: le prime domande che ci porremo saranno: “come questa persona si è andata evolvendo?”, “che cosa potrebbe essere successo nella sua vita?”, “con quale tipo di ambiente si è confrontato nelle prime fasi dello sviluppo?”, ecc.
Per poter rispondere a queste domande sicuramente non è il paziente che ci darà la risposta ma siamo noi che dobbiamo costruire possibili condizioni evolutive che spiegano quel sintomo, quel disagio, quella sofferenza: quindi i modelli evolutivi sono molto importanti.
Un altro modello a cui fare riferimento è il modello evolutivo della Mahler, che ci dà la possibilità di poter spiegare l’ansia di separazione: per esempio, facciamo un colloquio con un bambino che non riesce d andare a scuola: sul piano dei criteri diagnostici possiamo valutare questo come un problema scolastico MA c’è qualcosa di più e cioè la difficoltà a separarsi dagli oggetti di riferimento, dalla propria famiglia, dal proprio ambiente, quindi dobbiamo ricorrere ad un modello evolutivo che ci permetta di entrare nell’esperienza di un’altra persona.
In questo caso il modello evolutivo della Mahler ci è molto utile in quanto ci sottolinea nell’ambito della sua ricostruzione relativa al processo di separazione-individuazione una serie di fasi che il bambino fa nel momento in cui costruisce la sua individualità, la sua autonomia, la sua esperienza di persona.
Una di queste fasi è quella del riavvicinamento, fase decisiva perché ci permette di capire che quando il bambino comincia a camminare e ad esplorare il mondo e quindi ad esprimere autonomamente tutte le sue emozioni (di curiosità relative al sentirsi eccitato nei riguardi della realtà circostante, relative alla sua aggressività, ecc.), in tutte le sue normali declinazioni è certamente importante che ci sia una figura materna e/o paterna che supporti questo tipo di crescita e che non venga influenzato negativamente da quelle che possono essere le preoccupazioni di natura personale.
Per esempio, se c’è una madre che è angosciata (perché è tendenzialmente ansiosa) relativamente a quella che è la relazione con il mondo, essa trasferirà sicuramente al bambino l’ansia, il pericolo, la minaccia di confrontarsi con la realtà e quindi di confrontarsi non soltanto emotivamente ma anche fisicamente con il mondo esterno e certamente il bambino sarà influenzato negativamente dal tipo di sintonizzazione con la figura di attaccamento: quindi un genitore ansioso non supporterà adeguatamente l’esperienza della separazione del bambino, per cui il bambino comincerà a strutturare un conflitto (chiedendosi se potrà separarsi dalla madre, se potrà liberamente giocare nei giardini sotto casa con la sua bicicletta, ecc.) ed esperienze del genere cominceranno ad inserirsi all’interno del sé come delle esperienze conflittuali.
Quindi nella fase del riavvicinamento (quando madre e figlio si guardano negli occhi e si ha un trasferimento di emozioni positive o negative relativamente all’esperienza che si sta vivendo assieme) un genitore problematico, ansioso trasferirà quest’ansia al bambino.
Si può avere anche quella condizione fenomenologica che Winnicott chiama falso sé e che si ha quando il bambino piccolo tende inevitabilmente a compiacere, ad adattarsi a quelle che sono le aspettative che il genitore ha su di lui: quando ciò diviene eccessivo si ha una condizione patologica.
Un altro aspetto che riguarda l’ansia di separazione è quello del sé corporeo: perché un soggetto non riesce a staccarsi dalle figure di attaccamento? Perché non riesce a stare da solo? Perché non è capace di stare anche da solo?
Un elemento centrale per potersi separare adeguatamente (quindi per poter maturare l’ansia, il pericolo della separazione) è la strutturazione di un buon sé corporeo, nel senso che ogni soggetto deve avere una buona sufficiente e sicura percezione del suo corpo e di tutte le sensazioni ed emozioni che intervengono a livello fisico nell’ambito della sua esperienza di persona nel momento in cui si confronta con la realtà circostante.
Quindi bisogna valutare, considerare quelle che possono essere, anche a livello sub-clinico, le condizioni che nell’ambito del DSM-IV sull’Asse I vengono considerati come i Disturbi somatoformi: l’ipocondria e la dismorfofobia che riguardano il sé corporeo, l’identità corporea (cioè la percezione che un soggetto ha del proprio corpo).
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