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L’Assomoir

Il romanzo è stato pubblicato nel 1877, è ambientato nella Parigi operaia e narra una storia di alcolismo, di miseria e degradazione umana. E anche l'esperimento stilistico in quanto Zola vuole riprodurre il gergo dell'ambiente proletario, usando l'argot. Zola cerca di usare la lingua del luogo descritto, utilizza un linguaggio gergale, incolto, usato nelle banlieu parigine. Nonostante Zola fosse un uomo colto, introduce una novità stilistica in cui utilizza un linguaggio basso, il linguaggio del popolo allo scopo di garantire l’impersonalità dell’autore. Come afferma nella prefazione, lo scrittore intende "colare in uno stampo elaborato la lingua del popolo". Il titolo deriva dal nome dato, in gergo, dall’osteria di infimo ordine, una bettola in cui si beveva acquavite: l'Assommoir, che letteralmente significa mattatoio. Il luogo è chiamato così perché l'acquavite porta rapidamente alla brutti mento e alla morte degli operai che contraggono il vizio del bere. Gervaise, venuta a Parigi della provincia meridionale con l'amante Lantier, da questo abbandonata con due figli piccoli, vive stentatamente facendo la lavandaia. Conosce Coupeau, un operaio onesto e laborioso, e lo sposa. La famiglia vive felicemente fino a quando Coupeau cade da una grondaia di un tetto su cui lavorava. Dopo l'incidente, trascura il lavoro e si dal bere; la famiglia sopravvive grazie al duro lavoro di Gervaise, che ha aperto una lavanderia allo scopo di essere più indipendente. Lantier, ritorna, e riallaccia la relazione con Gervaise, mentre Coupea si degrada sempre di più.
La figlia Anna (la protagonista del romanzo Nana), comincia a corrompersi nell'ambiente dei sobborghi proletari; diventerà una prostituta. Anche Gervaise cade in preda all'alcolismo muore in conseguenza di esso, dopo aver sperimentato la miseria più atroce e l'abbruttimento totale. Zola è il maggior esponente del naturalismo. Prende un personaggio con delle ambizioni, una vita semplice, e la mette in un contesto differente, in cui Domina di interesse economico, che spinge i protagonisti a diventare vittima dei pregiudizi. La condizione di Gervaise, viene vista come una mania di grandezza; lei vuole solamente realizzare la sua ambizione di aprire una lavanderia, Ma viene sconfitta dal contesto che impedisce all'uomo di migliorarsi. All'inizio della vicenda, ritroviamo Gervaise e Coupeau nella bettola in cui si sono appena conosciuti. Sono due amanti che volevano sposarsi, accomunati dal desiderio di ambizione. L'Assommoir si era riempito, c'era molta confusione, si sentivano voci alte, pugni serrati sui banconi che facevano tintinnare i bicchieri. Tutti erano in piedi, con le mani incrociate sul petto dietro la schiena, vicino alle botti c'erano dei gruppi di persone che dovevano aspettare un quarto d'ora prima di poter ordinare i propri bicchieri da papà Colombe, il proprietario della bettola. Un uomo, Scarpone, si rivolge a Coupeau, chiamandolo "l'aristocratico di Cadet-Cassis" per prenderlo in giro, in quanto egli non beveva acquavite, ma solo sciroppo di Cassis (ribes nero); era visto come una persona estranea all'ambiente. Gli dice di essere un signore che fuma sigarette mette in mostra la biancheria, per conquistare una donna offrendo le leccornie. Coupeau, innervosito, gli dice di non seccarlo; Scarpone però, sghignazza, e gli volta le spalle dopo aver guardato male Gervaise, che si spaventò; lei non è come tutti gli altri, infatti fra i due si crea un'intesa. Zola vuole mostrare che chi è diverso è schiacciato dal contesto. In quella ambiente, si sentiva il fumo delle pipe, l'odore acre e alcolico degli uomini, tutto ciò fece tossire Gervaise, che esclamò che il bere fosse una cosa brutta. Lei raccontò, che sua madre, a Plassans, una cittadina del sud della Francia, beveva l'anisetta, un liquore all'anice; lei, dopo averlo assaggiato, ne rimase disgustata, tanto da non poter più vedere nessun tipo di liquore; infatti, del suo bicchiere, mangiò solo la susina all'interno, ma non bevve il liquore. Neanche Coupeau amava bere, non comprendeva come se potessero tracannare i bicchieri colmi di acquavite. Viene utilizzato il discorso indiretto libero, una tecnica narrativa con la quale il narratore introduce dei pensieri utilizzando delle espressioni che appartengono al discorso diretto. In questo modo si garantiva l'impersonalità del narratore che utilizza il linguaggio popolare. Coupeau non concepisce l'atto del bere in quanto il padre, era anche gli un lattoniere (lavoratore di lamiera metallica), si era sfracellato la testa sul lastrico di Rue Coquenard, in quanto ero caduto dalla grondaia del numero 25 un giorno in cui era ubriaco, a causa di quel ricordo, ora quando passava da quella strada, avrebbe preferito bere l'acqua sporca del fiume che buttare giù anche un solo bicchiere gratis all'osteria, in quanto afferma che nel loro lavoro le gambe devono essere ben salde. Alla fine della novella, però, anche lui cadrà dalla grondaia in seguito al principio di ereditarietà, in quanto si infortuna allo stesso modo del padre. Gervaise si mise sulle ginocchia la cesta, però non si alzava; con lo sguardo smarrito, sognante,
dice di non essere ambiziosa. Il suo ideale, sarebbe quello di lavorare tranquilla, di avere sempre un tozzo di pane e un buco per dormire, un letto, un tavolino e due sedie; vorrebbe crescere i suoi figli e farne due bravi ragazzi e non vorrebbe mai più essere bastonata, cosa che faceva il suo ex marito. Questi ideali, non sono ambiziosi, ma per l'epoca, lei non poteva cambiare la sua situazione sociale, non poteva essere indipendente e doveva sottostare alle volontà del marito, dunque era vista come una donna che aveva ideali di grandezza. Era una società dominata dalla cattiveria, non è un mondo idealizzato. Gervaise voleva aprirsi una lavanderia e morire nel suo letto, ma non riuscirà neanche in questo, morirà in un sottoscala, dopo aver dovuto vendere la su casa per pagare i debiti della lavanderia. Questa infatti, fallì in seguito ai pregiudizi nati dal fatto che la ragazza vivesse con due uomini, Coupeau, il marito, e l'ex marito Lantier, alcolizzato, che non aveva altro posto in cui andare. Quando era morto il suocero, lei aveva investito soldi per il suo funerale, ma anche per questo le vennero rivolte delle critiche. Coupeau approvava pienamente i suoi sogni, nonostante fosse tardi, non uscirono dalla bettola,ma si recarono dietro un divisorio in legno, per osservare un alambicco, un contenitore di rame rosso che funzionava sotto il vetro luminoso; è il simbolo dell'alcool che porta alla sconfitta di tutti. Come spiegatole da Coupeau, si trattava di una bolla grande con il collo allungato, da cui partivano tante ampolle di forma strana in cui colava l'alcool; era un oggetto cupo. Da questo non usciva uno sbuffo, si sentiva appena respiro interno come un russare sotterraneo, era come un lavoro notturno fatto in pieno giorno dal lavoratore possente e muto. Nel frattempo, Mes-Bottes, con i suoi due compagni, si era appoggiato alla parete in attesa che si rendesse libero un angolino. Egli guardava con occhi inteneriti la macchina che gli serviva per ubriacarsi. Con un discorso indiretto libero, afferma che l'alambicco era una macchina molto graziosa; al suo interno c'era tanto alcool da potersi ubriacare per almeno otto giorni Egli avrebbe voluto che attaccassero la spina della macchina da cui scendeva l’alcool fra i denti, per sentire la grappa ancora calda nella sua gola per sempre, così poteva sfuggire a papà Coulombe che era avaro e gli dava sempre un dito in meno di liquore. Mes-Bottes voleva bere all'infinito, un sogno utopico che dimostrava quanto ormai le persone fossero alienate. L'alcolismo è considerato come una conseguenza dei mali, come ad esempio la perdita del lavoro, e i salari bassi. Si beveva per disperazione, si diventava sempre più poveri, dunque gli uomini volevano salvarsi, ma non potevano fuggire da questo sistema. I suoi compagni lo prendevano in giro, dicendo che aveva una parlantina sciolta, mentre l'alambicco continuava a lasciar colare il suo sudore come una sorgente lenta e perenne, come se alla fine dovesse allagare la stanza, allagare tutte le strade di Parigi. Ben presto l’alcool non avrebbe mandato solo il quartiere, ma tutta Parigi. Utilizzando il simbolismo, Zola fa comprendere che questa piaga sociale si sarebbe espansa se qualcuno non avesse combattuto per fermarla. Coupeau dice a Gervaise che lui non la picchierebbe mai se lei lo volesse, non berrebbe mai, e inoltre le vuole troppo bene. I due se ne andarono, mentre lui le diceva queste cose all'orecchio; lei sorrideva e sembrava contenta di sapere che lui non beveva. Lui le propose di andare insieme a casa, a riscaldarsi i piedi,
ma lei disse di no, solo per aver giurato di non rimetterti più con uomini, altrimenti gli avrebbe detto di sì. Arrivati alla porta, uscirono, mentre la bettola restava gremita, e il frastuono, unito all'odore di grappa, arrivava fino alla strada. Si sentiva Mes-Bottes prendersela con papà Coulombe per avergli riempito il bicchiere solo per metà in quanto era molto avaro, e proponeva ai compagni di andare in un'altra bettola, all'Omino che tossisce sulla strada di Saint-Denis, dove si beveva alcool purissimo. Tutto ruota intorno all'alcool, si vuole sottolineare come questo sia una piaga sociale, quanto fosse pericoloso; infatti anche i personaggi che all'inizio non sono come gli altri, alla fine cederanno ai condizionamenti.
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