Video appunto: Zola, Emile - Romanzo sperimentale
Nell’opera Zola afferma che il romanziere come uno scienziato, deve collocare i personaggi con le loro caratteristiche genetiche, all’interno di un preciso contesto sociale, osservando cosa accade quando i personaggi sono posti in quel preciso contesto. Ciò implica che è come se il romanzo si facesse da sé, come se lo scrittore si limitasse a realizzare un documentario.
Perciò l’arte secondo i naturalisti deve essere impersonale, senza l’intervento dell’autore. Secondo Zola, quindi, l’autore non deve fare da filtro, ma limitarsi a una visione documentaristica. Per lo più nelle opere di Zola traspare una forte esigenza di denunciare le condizioni critiche del proletariato.

Di innovativo nelle opere di Zolà vi è infatti il fatto che per la prima volta l'autore si occupi del sottoproletariato e non più solamente di nobili e borghesi. In Italia le istanze del naturalismo si concretizzarono nel verismo, i cui principali esponenti furono Capuana e Verga. Le opere di Verga che segnarono il passaggio dal suo stile giovanile, che descriveva aspetti della vita borghese, al verismo furono Nedda (1874) e Vita dei campi (1880), quest’ultima raccolta di novelle ne comprende in particolare una: l’Amante di Gramigna, la quale presenta una prefazione in cui si afferma la necessità dell’impersonalità nell’opera. Verga concepì poi il Ciclo dei vinti: 5 romanzi con i quali cercò di dimostrare che ogni qualvolta che l’uomo tenta di migliorare la propria condizione sociale, fallisce. Lo scrittore riuscì a ultimarne solamente due: i Malavoglia (1881) e Mastro Don Gesualdo (1889). [In questo ciclo Verga si ispirò ai vinti che secondo lo stesso vengono sopraffatti dalla fiuma del progresso, che, da un lato è meravigliosa, ma dall’altro travolge le classi di minor estrazione sociale.]