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Natura benigna


La natura di Pascoli è una “madre dolcissima”. La sua posizione si pone in risposta alla concezione di Leopardi: secondo Pascoli sono gli uomini che sono responsabili del male che soffrono durante la vita, male al quale il poeta cerca di rispondere con amore e non con odio. La visione pascoliana della natura è assai lontana da quella verista: il paesaggio naturale è percorso in lui da fremiti e risente dello sguardo dell’osservatore, che vi proietta sensazioni e angosce proprie. La natura pascoliana si fa specchio della crisi dell’io. I paesaggi e i ritratti umani di Pascoli non hanno nulla di realistico, ma sembrano fluttuare in una dimensione onirica che li rende sfuggenti e inafferrabili: l’apparente realtà idilliaca nasconde, infatti, un’oscura e minacciosa inquietudine. Ma la natura è anche argine alla sofferenza personale e al male insito nella storia: immergersi in essa può contribuire a riequilibrare le disarmonie e i conflitti che agitano il soggetto.
La natura è la protagonista delle opere più liriche di Giovanni Pascoli: Mirycae e i Canti di Castelvecchio. In entrambe queste raccolte è molto presente il tema dell’alternarsi delle stagioni, che simbolicamente allude all’alternarsi della vita e della morte.
Il motivo naturalistico infatti si innesta su quello dei lutti familiari e ne diviene simbolo. Nella descrizione dei particolari della natura, caricati di un valore simbolico, riporta nei suoi testi una serie non gerarchica di particolari oggettivi che rimandano a impressioni soggettive e che quindi non possono essere assemblati in una visione unitaria. Se a una prima lettura si potrebbero ricondurre le poesie di Pascoli alla tecnica del bozzetto naturalistico, a un più attento esame non sfugge che i particolari della natura sono impiegati sempre come rimandi a impressioni soggettive.

Natura matrigna


Le operette morali, nati dalla “conversione filosofica” e della “teoria del piacere”, esprimono il disincanto di Leopardi, la caduta di ogni speranza, e si concretizzano in una filosofia negativa. Fra i temi fondamentali: la critica ai falsi miti dell’età contemporanea e alla concezione finalistica e antropocentrica dell’universo; la visione della natura non più come madre benefica degli uomini, bensì come matrigna indifferente e prima causa della loro infelicità.
Leopardi sviluppa l'idea di un Islandese che viaggia, fuggendo la Natura. Ma giunto in Africa, in un luogo misterioso ed esotico, incontra proprio colei che stava evitando, con la forma di una donna gigantesca dall'aspetto "tra bello e terribile". La Natura interroga l'Islandese sulle ragioni della sua fuga. La spiegazione dell'uomo è un lungo monologo in cui egli ripercorre le sue concezioni sulla condizione umana: un'articolata riflessione che lo porta a comprendere l'ineliminabile infelicità dell'esistenza. Inizialmente ritiene che la sofferenza nasca dai rapporti umani, spesso violenti. Ma il dolore può nascere anche dall'esterno, quindi inizia a credere che l'individuo soffra perché valica i limiti assegnati dalla Natura. Infine comprende che la sofferenza è insita nell'uomo, caratterizzato da un piacere mai realizzabile del tutto, e non può essere eliminata. La vera causa dell'infelicità è la Natura, che crea e poi tormenta gli esseri viventi. Questa ha assegnato all'uomo il desiderio insaziabile di piacere che non solo è irraggiungibile nel corso di una vita intera, ma a volte è anche dannoso e debilitante. Dopo il lungo monologo dell'Islandese interviene la Natura, che ribalta la posizione dell'uomo: questa è totalmente insensibile al destino degli esseri da lei creati, ma agisce meccanicisticamente secondo un processo di creazione e distruzione, che coinvolge direttamente tutte le creature.
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