Maturità, la carica dei ‘pentiti’: 1 su 3 cambierebbe indirizzo di studi

Marcello G.
Di Marcello G.

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Le attività di orientamento alla fine delle scuole superiori iniziano a funzionare. Questa sì che è una notizia, peccato sia l’unica di rilievo nell’anno scolastico appena trascorso. Perché l’ultimo Rapporto Almalaurea e Almadiploma sul profilo dei diplomati 2017 ci consegna una fotografia tristemente uguale a quella degli anni passati. Un terzo dei ragazzi continua ad essere deluso dall’indirizzo di studi intrapreso, la stragrande maggioranza dei giovani è come se nascesse con il destino segnato, gli aspetti positivi si contano sulle dita di una mano. L’unica speranza è che, lavorando sull’orientamento, si riesca a uscire dallo stallo in cui la scuola si è piantata.

L’orientamento post diploma chiarisce le idee

Partiamo dalle note liete. In base alla ricerca, alla vigilia del diploma la quota di chi ancora non sapeva che fare dopo la maturità – se continuare a studiare o cercare subito lavoro – era di appena il 13%. Una percentuale più elevata tra i tecnici e professionali (entrambi 20%) rispetto ai liceali (7%). Merito soprattutto degli strumenti di orientamento che oggi i ragazzi hanno a disposizione. Lo conferma lo stesso Rapporto, quando sottolinea che oltre la metà dei diplomati indagati (55%) è soddisfatta delle attività realizzate all’interno dei percorsi scolastici.

Gli studenti più ‘orientati’ sono quelli degli istituti tecnici

Soddisfazione che, però, varia a seconda dell’indirizzo: in questo caso sono i diplomati degli istituti tecnici (62%) ad essersi chiariti meglio le idee; già tra quelli dei professionali il dato scende al 57%; ancora più in basso il livello di gradimento dei liceali (51%). Indipendentemente dal tipo di scuola, però, la soddisfazione risulta sempre più elevata tra chi sceglie di indirizzarsi verso il mondo del lavoro (62%) mentre si ferma al 54% tra chi intende proseguire gli studi.

Ancora troppi i ‘pentiti’: 1 su 3 cambierebbe indirizzo

Il problema, semmai, è a monte. Va rintracciato nel momento in cui si deve scegliere la scuola superiore che fa al proprio caso. Perché qui il sistema continua ad arrancare. Circa 1 diplomato su 3, potendo tornare indietro, non ripeterebbe lo stesso percorso formativo intrapreso a 14 anni. Mentre, infatti, il 54% replicherebbe l’esperienza, il 34% frequenterebbe un indirizzo diverso (l’8% sceglierebbe un altro indirizzo/corso ma sempre nella stessa scuola, il 26% cambierebbero anche l’istituto in cui ha studiato); il 12%, invece, ripeterebbe quel corso ma in un altro ambiente.

Scontenta la metà dei ragazzi degli istituti professionali

La quota dei diplomati che cambierebbe strada (corso e/o scuola) è più elevata tra i professionali (dove tocca quota 50%); seguono i ‘tecnici’ (47%); con i liceali che si mostrano quelli, se così si può dire, meno insoddisfatti (44% di pentiti). Ma su cosa è basato questo ripensamento? Il 41% lo farebbe principalmente per studiare materie diverse, il 20% per compiere studi che preparino meglio al mondo del lavoro (quota che sale addirittura al 30% tra i professionali), il 16% per compiere studi più adatti in vista dei successivi studi universitari.

L’aspetto migliore della scuola? I professori

Qualcuno potrebbe dire che sia colpa di una cattiva organizzazione delle singole strutture, che molto dipenda dal contesto in cui si studia. Invece no, l’opera di miglioramento andrebbe fatta a livello sistemico. Perché i ragazzi sono tendenzialmente contenti di quello che trovano nelle scuole. In generale, l’80% dei diplomati si dichiara piuttosto soddisfatto del periodo delle superiori. Giudizi positivi anche per il lavoro dei professori: il 79% dei neo-maturati ne apprezza la competenza, il 73% la disponibilità al dialogo, il 72% la chiarezza espositiva e il 63% le loro capacità di valutazione. Sul rapporto insegnante-studente, poi, sono quasi tutti d’accordo: il 90% dei diplomati ha un ricordo positivo.

I figli dei laureati vanno al liceo, quelli dei diplomati ai tecnici e ai professionali

Come detto, è il sistema scolastico che attualmente non permette ai ragazzi di sognare in grande. Il mondo dell’istruzione è più che mai rigido. La relazione indissolubile fra contesto familiare di provenienza e scelta del tipo di scuola secondaria superiore è ancora una questione irrisolta. La quota di diplomati con genitori in possesso di titoli di laurea è massima fra chi ha frequentato i licei classici (59%) e scientifici (43%) e si riduce drasticamente fra chi è andato in un istituto tecnico (14% tecnico tecnologico e 13% tecnico economico) o professionale (si va dall’11% del professionale per i servizi all’8% del professionale per l’industria e l’artigianato).

Le condizioni economiche fanno la differenza

Di riflesso, gli indirizzi liceali - classici e scientifici - si caratterizzano per una forte presenza di studenti di estrazione elevata (rispettivamente 47% e 35%) e una sotto-rappresentazione dei figli delle classi meno avvantaggiate (8% al classico, 14% allo scientifico). Ma l’ambiente famigliare ha un peso notevole anche sul rendimento scolastico. Fra i diplomati nel 2017, il 14% dei ragazzi con almeno un genitore laureato aveva concluso la scuola secondaria di I grado con “10 o 10 e lode”; questa percentuale si riduce all’8% fra i figli di genitori con al più il diploma di maturità e al 4% fra i figli di genitori con grado di istruzione inferiore. Analogamente, chi ha genitori di estrazione sociale elevata ottiene “10 o 10 e lode” nell’11% dei casi, mentre chi proviene da famiglie meno avvantaggiate raggiunge il massimo dei voti solo nel 6% dei casi.

Alternanza scuola lavoro, una discreta base da cui partire

Infine un accenno ai risultati sull’alternanza scuola-lavoro. Il Rapporto AlmaDiploma mostra, a due anni dall’introduzione della Legge 107 (la ‘Buona Scuola’), che il 54% dei neo-diplomati ha svolto un percorso di alternanza. Sono soprattutto gli studenti dei professionali (96%) e dei tecnici (80%); meno diffuse, invece, all’interno dei programmi didattici del liceo (30%). Il 36% degli ‘alternanti’ ha svolto esperienze di breve durata (meno di 80 ore); il 34%, però, ha dedicato a queste attività oltre 150 ore (quota che sale al 58% negli istituti professionali, al 40% nei tecnici). Anche qui, dunque, si può migliorare. Ma, almeno per l’alternanza, il giudizio è rimandato: solo nel 2018, anno in cui diventerà obbligatoria per i ragazzi del quinto, si potrà fare una valutazione più completa.


Marcello Gelardini


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