Tutte le volte che il ministro Poletti se l'è presa con i giovani (e viceversa)

Marcello G.
Di Marcello G.

giuliano poletti ministro lavoro frasi contro i giovani

Per Giuliano Poletti è ormai consuetudine: periodicamente arricchisce il suo curriculum con nuovi scivoloni. Liceali e studenti delle superiori, universitari e laureati, lavoratori e disoccupati: ce n’è davvero per chiunque. Skuola.net ripercorre le tappe che hanno fatto diventare Giuliano Poletti il ministro più odiato dalle nuove generazioni.

Meglio il calcetto del curriculum


A proposito di curriculum, l’ultima impresa del responsabile di uno dei settori più delicati verte proprio su quelle pagine a cui migliaia di giovani affidano il proprio destino lavorativo, spesso avendo indietro solo un carico di delusione e amarezza. "Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum". È questa la frase incriminata, pronunciata da Poletti durante un incontro con gli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna. Il significato – stando a quanto replicato dallo stesso Poletti – era di puntare a instaurare rapporti di fiducia anche al di fuori del contesto scolastico, per essere poi ‘allenati’ a farlo sul posto di lavoro. L’effetto? Disastroso.

Cervelli in fuga? Bene così


Anche i cervelli in fuga non sono stati risparmiati dal ciclone Poletti, con una frase che ha lasciato a bocca aperta chi è dovuto espatriare per trovare un posto di lavoro degno, dopo anni di studio e sacrificio. "Se 100mila giovani se ne sono andati non è che qui sono rimasti 60 milioni di 'pistola'. Ci sono persone andate via e che è bene che stiano dove sono perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi". Con la classica strategia di far ‘di tutta l’erba un fascio’ il ministro del Lavoro ha così mortificato in un colpo solo chi parte per cercare fortuna e chi per dare un senso al proprio titolo di studio.

Il 110 e lode non serve


Che il voto di laurea serva fino a un certo punto lo sanno tutti. L’importante è saper dimostrare sul campo per le proprie potenzialità. In alcuni casi, però, un voto alto può fare la differenza: a parità di condizioni è meglio averlo che non averlo. Peccato che per Poletti "prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21. Così un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare". Un punto di vista legittimo, ma ci aspettiamo che esca dalla bocca di un manager e non di un Ministro, peraltro neanche laureato.

Alternanza scuola lavoro anche d’estate


Il lavoro è un chiodo fisso per Poletti, tanto è vero che vorrebbe farlo provare anche i più giovani, agli studenti delle scuole superiori, ben aldilà dell’alternanza scuola-lavoro. Anzi, per lui bisognerebbe pensare progetti di alternanza scuola-lavoro "per stage lavorativi" veri e propri, anche durante i mesi estivi (quando la didattica è ferma), se è una scelta volontaria. Per far “capire ai giovani cosa sia il lavoro e cosa sia un'impresa". Ma non si era detto che l’alternanza scuola-lavoro non doveva essere in alcun modo assimilabile a un contratto di lavoro?

Non bisogna badare all’orario di lavoro


E una volta entrati in azienda basta con le lamentele sul fatto che il lavoro non è quasi mai in linea con le nostre aspettative. Per Poletti bisognerebbe dimostrare al datore di lavoro tutta la nostra gratitudine per averci dato questa grande opportunità. In che modo? Buttando via l’orologio, "non avendo come unico riferimento l'ora-lavoro", dal momento che "è un attrezzo vecchio". Vallo un po’ a spiegare a chi fa lavori pesanti, in cui il fisico è messo sotto stress.

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