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parafrasi Odisseo e Calipso, versi 159-224

Testo tratto dalla fonte Odissea - Traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte


Calipso, illustre Dea, standogli appresso,
Sciagurato, gli disse, in questi pianti
Più non mi dar, nè consumare i dolci
Tuoi begli anni così: la dipartita,
Non che vietarti, agevolarti io penso.
Su via, le travi nella selva tronche,
Larga, e con alti palchi a te congegna
Zattera, che sul mar fosco ti porti.
Io di candido pan, che l'importuna
Fame rintuzzi, io di purissim'onda,
E di rosso licor, gioja dell'alma,
La carcherò: ti vestirò non vili
Panni, e ti manderò da tergo un vento,
Che alle contrade tue ti spinga illeso,
Sol che d'Olimpo agli abitanti piaccia,
Con cui di senno in prova io già non vegno.
Raccapricciossi a questo il non mai vinto
Dalle sventure Ulisse, e, O Dea, rispose
Con alate parole, altro di fermo,
Non il congedo mio, tu volgi in mente,
Che vuoi, ch’io varchi su tal barca i grossi
Del difficile mar flutti tremendi,
Cui le navi più ratte, e d’uguai fianchi
Munite, e liete di quel vento amico,
Che da Giove partì, varcano appena.
No, su barca sì fatta, e a tuo dispetto,
Non salirò, dove tu pria non degni
Giurare a me con giuramento grande,
Che nessuno il tuo cor danno m’ordisce.
Sorrise l’Atlantíde, e, della mano
Divina careggiandolo, la lingua
Sciolse in tai voci: Un cattivello sei,
Nè ciò, che per te fa, scordi giammai.
Quali parole mi parlasti? Or sappia
Dunque la Terra, e il Ciel superno, e l’atra,
Che sotterra si volve, acqua di Stige,
Di cui nè più solenne han, nè più sacro
Gl’Iddj beati giuramento, sappia,
Che nessuno il mio cor danno t’ordisce.
Quello anzi io penso, e ti propongo, ch’io
Torrei per me, se in cotant'uopo io fossi.
Giustizia regge la mia mente, e un'alma
Pietosa, non di ferro, in me s'annida.
Ciò detto, abbandonava il lido in fretta,
E Ulisse la seguia. Giunti alla grotta,
Colà, dond'era l'Argicida sorto,
S'adagiò il Laerziade; e la Dea molti
Davante gli mettea cibi, e licori,
Quali ricever può petto mortale.
Poi gli s'assise a fronte; e a lei le ancelle
L'ambrosia, e il roseo nettare imbandiro.
Come ambo paghi per la mensa furo,
Con tali accenti cominciava l'alta
Di Calipso beltade: O di Laerte
Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,
Così tu parti adunque, e alla nativa
Terra, e alle case de' tuoi padri vai?
Va, poichè sì t'aggrada, e va felice.
Ma se tu scorger del pensier potessi
Per quanti affanni ti comanda il fato
Prima passar, che al patrio suolo arrivi,
Questa casa con me sempre vorresti
Custodir, ne son certa, e immortal vita
Da Calipso accettar: benchè sì viva
Brama t'accenda della tua consorte,
A cui giorno non è che non sospiri.
Pur non cedere a lei nè di statura
Mi vanto, nè di volto; umana donna
Mal può con una Dea, nè le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.
Venerabile Iddia, riprese il ricco
D'ingegni Ulisse, non voler di questo
Meco sdegnarti: appien conosco io stesso,
Che la saggia Penelope tu vinci
Di persona non men, che di sembianza,
Giudice il guardo, che ti stia di contra.
Ella nacque mortale, e in te nè morte
Può, nè vecchiezza. Ma il pensiero è questo,
Questo il desio, che mi tormenta sempre,
Veder quel giorno al fin, che alle dilette
Piagge del mio natal mi riconduca.
Che se alcun me percoterà de' Numi
Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo
Forte contra i disastri anima in petto.
Molti sovr'esso il mar, molti fra l'armi
Già ne sostenni; e sosterronne ancora.


Parafrasi

Di fianco ella diritta gli parlò, chiara fra le dee:
<<Infelice, non continuare il tuo pianto, non rovinarti
la vita: ti permetterò di andar via senza trattenerti.
Suvvia, con l’ascia di bronzo taglia robusti tronchi
e costruisci una grande zattera: sopra infilza dei pali,
affinché ti conduca per l’oscuro mare.
Ti darò cibo in abbondanza, acqua
e vino rosso, così da non morire di fame;
ti coprirò di vesti; ti farò sospingere dal vento,
perché tu riesca a raggiungere illeso la tua terra,
se questo desiderano gli dèi guardiani del cielo,
che sono i più autorevoli nel pensare e nell’agire>>.
Così parlò l’onesto e paziente Odisseo tremò,
poi pronunciò tali parole:
<<Oh dea, tu confabuli altro e non di lasciarmi andare,
tu che mi inviti a salpare per i grandi abissi del mare,
funesto e terribile, con una zattera: neanche navi bilanciate
e veloci, aiutate dal vento di Zeus, lo traghettano.
Né io salirò su una zattera se ciò non è il tuo volere,
oh dea, se non accetti di mantenere il gran giuramento
che non escogiti un’altra cattiveria contro di me>>.
Sorrise così Calipso, splendente fra le dee,
gli fece una carezza e si rivolse a lui con queste parole:
<<Sei davvero furbo e non rifletti come uno stupido:
cosa mai hai voluto dirmi?
Siano ora testimoni la terra, l’immenso e alto
cielo e lo Stige che scorre (che è per gli dei immortali
il giuramento più importante e temibile)
che non escogito un’altra cattiveria contro di te.
Ma penso e confabulo ciò che io desidererei
per me stessa, se ne avessi bisogno:
poiché anche io ho buoni auspici, e non possiedo
un cuore di ferro nel petto, ma solo misericordia>>.
Così, splendente fra le dee, lo guidò
con passo veloce; lui dietro la seguiva.
Giunsero entrambi presso la buia grotta.
Lì egli s’adagiò sul trono su cui prima sedeva
Ermes, e la ninfa gli offrì ogni vivanda
da mangiare e bere, di cui si nutrono gli uomini.
Di fronte al grande Odisseo sedette la dea
servita di ambrosia e nettare dalle sue ancelle.
Imbandite le vivande, protesero le mani.
Una volta sazi delle vivande, parlò fra tutti
Calipso, veneranda fra le dee:
<<Eccelso Odisseo, figlio di Laerte, ricco di furbizia,
così intendi subito tornare nella cara
terra dei tuoi antenati? Sii comunque felice.
Ma se tu fossi a conoscenza delle fatiche
che dovrai sopportare prima dell’arrivo nella tua terra,
resteresti qui al mio fianco a vegliare questa casa,
divenendo un dio, seppur desideroso di ritrovare
la tua sposa che tu quotidianamente desideri.
e saresti immortale, benché voglioso di vedere
tua moglie, che tu ogni giorno desideri.
Tuttavia il mio vanto è di non essere, per bellezza o figura,
inferiore a lei, perché non è giusto
che le mortali competano con le immortali per aspetto e bellezza>>.
Le rispose così l’ingegnoso Odisseo:
<<Grande dea, non dare a me la colpa: anch’io so
bene che la sapiente Penelope
è inferiore a te per aspetto e bellezza:
lei infatti è mortale, tu immortale e mai invecchierai.
Nonostante ciò spero e desidero ogni giorno
che arrivi il giorno della partenza e di tornare in patria.
E se un dio mi farà naufragare sul mare scuro come vino,
sopporterò, perché conservo un animo mite:
ho sopportato e patito tante sventure
tra i mari ed in guerra: sopporterò anch’essa>>.
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