Video appunto: Personlità di Odisseo
Odisseo è senza dubbio uno dei personaggi più amati del mondo greco. Sono diverse le caratteristiche che spingono il lettore ad immedesimarsi nei suoi panni e ad apprezzarne le caratteristiche, tra cui la sua umanità, infatti egli non ha origini divine, come invece Achille, ma è vulnerabile tanto quanto i compagni.
Odisseo teme per la propria vita e piange la morte dei compagni divorati dal ciclope Polifemo (vv. 294 “Noi piangendo alzammo a Zeus le mani”), non è estraneo ai sentimenti provati dal resto dell’equipaggio e non è distaccato come altri personaggi immortali di origini divine. Un altro aspetto che caratterizza Odisseo è la sua curiosità, il desiderio di scoprire e lacerare i lembi dell’ignoto, peculiarità non sempre a suo favore, infatti come egli ricorda al vv 224: “ Allora i compagni mi chiesero di prendere anzitutto il formaggio e andari via, e poi cacciati sveltamente i capretti e gli agnelli dai recinti sulla nave veloce, di navigare sull’acqua salata: ma io non volli ascoltare – e sarebbe stato assai meglio – per poterlo vedere, e vedere se mi avrebbe ospitato.” Odisseo non segue i saggi consigli dei compagni di prendere il cibo e scappare, ma spinto dal desiderio di osservare il ciclope, convince gli altri a rimanere nella grotta. E’ evidente anche il carattere di Odisseo, deciso e sicuro di sé, la sua volontà prevale su quella di tutti gli altri membri dell’equipaggio, non per la violenza, ma grazie all’abile uso della parola che contraddistingue l’uomo. L’inganno tramato contro Polifemo è l’aspetto più interessante dell’intero racconto, infatti accentua diverse caratteristiche di Odisseo, come la sua razionalità e la sua intelligenza; egli non rivela il proprio nome, ma riferisce una falsa identità. L’acheo dice di chiamarsi “Nessuno”, prevedendo che Polifemo avrebbe chiesto aiuto ai compagni e il falso nome avrebbe facilmente generato delle incomprensioni.

L’animo accorto di Odisseo si era manifestato già in precedenza nel brano, in diversi passi, in particolare quando egli invita parte dell’equipaggio a rimanere presso le navi (vv. 194: “Allora agli altri fedeli compagni ordinai di restare presso la nave e di farle la guardia”), ma anche per il fatto che egli, consapevole che la popolazione dell’isola avrebbe potuto essere inospitale, porta con sé un otre di fortissimo vino rosso (vv. 196: “Avevo un otre di capra, pieno del nero vino, dolce […]”, vv. 212: ”Un grande otre di questo vino portavo , e cibi, dentro un canestro: perché subito il mio animo alterò pensò che avremmo trovato un uomo con una gran forza, selvaggio e ignaro di giusti pensieri e leggi.”). L’eroe, nonostante sia particolarmente razionale, cade in un eccesso di orgoglio, quando nella parte finale del brano, ormai al largo e al sicuro sulla sua imbarcazione, urla a Polifemo (vv. 502): “Ciclope, se qualche uomo mortale di chiede dello sconcio accecamento dell’occhio, digli che ad accecarti fu Odisseo, distruttore di rocche, il figlio di Laerte che abita ad Itaca”. Non si tratta certo di un segno di vanità, quanto di un’esaltazione della ragione e dell’ingegno: è facile immaginare Odisseo che vittorioso sulla propria imbarcazione urla il proprio nome, mentre sulla costa il ciclope, impotente nonostante la superiorità fisica lo maledice, scaglia giganteschi massi e chiede al padre di ostacolare all’eroe il ritorno in patria.