L’amore più grande


Nel decimo anno di guerra, in cui una città sotto assedio, il poeta crea una scena in cui per un momento tacciono i fragori della battaglia. In primo piano è il mondo sentimentale ed emotivo di due esseri (tre, ma il bimbo è ancora così piccolo…) legati da un amore profondo. Quasi tremila anni di distanza sembrano annullati: quegli affetti sono sorprendentemente simili ai nostri. Sullo sfondo inquietante di una guerra terribile e di un destino che si teme – e si prevede- infausto, un uomo e una donna si danno completamente l’uno all’altra, senza riserve. Tra loro, il figlio lattante, bello, amato, inconsapevole.

Lui è Ettore, figlio di Priamo, il più valoroso e forte dei Troiani, il “difensore della città” (il bimbo, in suo onore, si chiama proprio così, Astianatte, che vuol dire “difensore della città”); lei è Andromaca, unica superstite di una famiglia reale trucidata dai Greci, che solo tra le braccia del marito ha trovato la forza per tornare a vivere. La dichiarazione d’amore di Andromaca a Ettore, che per lei è non solo sposo, ma padre, madre e fratello, è uno dei grandi modelli in cui trova forma ed espressione il bisogno e la capacità di amare. Amore totale e senza riserve, in questo caso, che coincide con la vita stessa.

La commozione di fronte a questa scena forte e delicata è grande, perché il lettore moderno, e quello antico, conoscono la conclusione della storia e sanno che entro pochi giorni Ettore cadrà sotto la spada di Achille.

La pietà di Achille: È attraverso la consapevolezza di condividere un tragico destino che si può arrivare a sentirsi fratelli di un nemico mortale: quando soffre, e ci mostra la sua sofferenza, noi conosciamo il suo cuore e il suo strazio, perché l’abbiamo provato attraverso il nostro personale dolore, che è identifico al suo. Certo bisogne partire da un atteggiamento di generosità intellettuale: riconoscere che la perdita è uguale alla perdita, il dolore uguale al dolore, sapere che la morte di Ettore ferisce il padre come la morte di Patroclo ferisce l’amico. Da questo rispetto per il dolore altrui, e dall’esperienza del patimento, comune a tutti gli uomini, nasce la pietà. Allora colui che patisce, che è lacerato dal dolore non è più un nemico; anzi, non è più nemmeno un estraneo. È qualcuno simile a noi, che sente cose che anche noi sentiamo, con lui possiamo mescolare le nostre lacrime e trarne una specie di amaro conforto.

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