Ithaca di Ithaca
Tutor 11346 punti

parafrasi del testo Venere appare a Enea

Testo tratto dalla fonte Eneide - Traduzione dal latino di Annibale Caro


Di Venere il figliuol così rispose:
Niuna ho de le tue veduta, o ’ntesa,
Vergine... qual ti dico, e di che nome
Chiamar ti deggio? Chè terreno aspetto
Non è già ’l tuo, nè di mortale il suono.
Dea sei tu veramente, o suora a Febo,
O figlia a Giove, o de le ninfe alcuna:
E chiunque tu sii, propizia e pia
Vèr noi ti mostra, e i nostri affanni ascolta.
Dinne sotto qual cielo, in qual contrada
Siamo or del mondo: chè raminghi andiamo
E qui dal vento e da fortuna spinti
Nulla o de gli abitanti o de’ paesi
Notizia abbiamo. A te, s’a ciò m’aiti,
Di nostra man cadrà più d’una vittima.
Venere allor soggiunse: Io non m’arrogo
Celeste onore. In Tiro usan le vergini
Di portar arco, e di calzar coturni;
E di Tiro e d’Agenore le genti
Traggon principio, che qui seggio han posto:
Ma ’l paese è di Libia, ed avvi in guerra
Gente feroce. Or n’è capo e regina
Dido che, da l’insidie del fratello
Fuggendo, è qui venuta. A dirne il tutto
Lunga fòra novella e lungo intrico.
Ma toccandone i capi, avea costei
Sichèo per suo consorte, uno il più ricco
Di terra e d’oro, che in Fenicia fosse,
Da la meschina unicamente amato,
Anzi il suo primo amore. Il padre intatta
Nel primo fior di lei seco legolla.
Ma del regno di Tiro avea lo scettro
Pigmalïon suo frate, un signor empio,
Un tiranno crudele e scellerato
Più ch’altri mai. Venne un furor fra loro
Tal, che Sichèo da questo avaro e crudo,
Per sete d’oro, ove men guardia pose,
Fu tra gli altari ucciso; e non gli valse
Che la germana sua tanto l’amasse.
Ciò fe celatamente: e per celarlo
Vie più, con finzïoni e con menzogne
Deluse un tempo ancor l’afflitta amante.
Ma nel fin, di Sichèo la stessa imago,
Fuor d’un sepolcro uscendo, sanguinosa,
Pallida, macilenta e spaventevole,
Le apparve in sogno, e presentolle, avanti
Gli empi altari ove cadde, il crudo ferro
Che lo trafisse, e del suo frate tutte
L’occulte scelleraggini l’aperse.
Poscia: Fuggi di qua, fuggi, le disse
Tostamente, e lontano. E per sussidio
De la sua fuga, le scoperse un loco
Sotterra, ov’era inestimabil somma
D’oro e d’argento, di molt’anni ascoso.
Quinci Dido commossa, ordine occulto
Di fuggir tenne, e d’adunar compagni;
Chè molti n’adunò, parte per odio,
Parte per téma di sì rio tiranno.
Le navi che trovâr nel lito preste,
Caricâr d’oro, e fêr vela in un subito.
Così il vento portossene la speme
De l’avaro ladrone. E fu di donna
Questo sì degno e memorabil fatto.
Giunsero in questi luoghi, ov’or vedrai
Sorger la gran cittade e l’alta ròcca
De la nuova Cartago, che dal fatto
Birsa nomossi, per l’astuta merce
Che, per fondarla, fêr di tanto sito
Quanto cerchiar di bue potesse un tergo.
Ma voi chi siete? onde venite? e dove
Drizzate il corso vostro? A tai richieste
Pensando Enea, dal più profondo petto
Trasse la voce sospirosa, e disse:
O dea, se da principio i nostri affanni
Io contar ti volessi, e tu con agio
Udisse una da me sì lunga istoria,
Non finirei che fine avrebbe il giorno.
Noi siam Troiani (se di Troia antica
Il nome ti pervenne unqua a gli orecchi),
E la tempesta che per tanti mari
Già cotant’anni ne travolve e gira,
N’ha qui, come tu vedi, al fin gittati.
Io sono Enea, quel pio che da’ nemici
Scampati ho meco i miei patrii Penati,
Fino a le stelle ormai noto per fama.
Italia vo cercando, che per patria
Giove m’assegna, autor del sangue mio.
Con diece e diece ben guarnite navi
Uscii di Frigia, il mio destin seguendo
E lo splendor de la materna stella.
Or sette me ne son restate a pena,
Scommesse, aperte e disarmate tutte.
Ed io mendico, ignoto e peregrino,
De l’Asia in bando, da l’Europa escluso,
E ’n fin dal mar gittato or ne la Libia,
Vo per deserti inospiti e selvaggi.

Parafrasi


Così Enea rispose a sua madre Venere:
<<Non ho udito né visto nessuna delle tua sorelle…
ma come posso chiamarti, oh fanciulla? Perché il tuo volto
non è quello di una mortale e la tua voce non ha un suono femminile; certamente dea…
Sei sorella di Febo? O sei tu una Ninfa?
Chiunque tu sia, sii benevola e alleviaci la pena:
svelaci sotto quale cielo, in quali regioni del mondo
noi siamo sballottati; noi vaghiamo ignari
dei luoghi e degli uomini, spinti dal vento e dalle onde spaventose:
in tuo onore sacrificheremo numerose vittime sull’ara>>.
Disse allora Venere: <<Io non sono degna d’un tale onore:
è abitudine delle fanciulle di Tiro portare la faretra
e allacciare alle gambe il coturno di intenso color rosso.
Tu vedi i regni di Cartagine, di Tiro e la città di Agenore.
Ma la terra appartiene ai Libi, una razza battagliera.
Il potere è nella mani di Didone, partita dalla sua patria, Tiro,
per fuggire dal fratello. E’ una lunga storia fatta d’offese
e intrighi, ma ti racconterò i punti essenziali.
La sventurata Didone era moglie di Sichèo, proprietario
di terre fenicie, a lei legato da un grande amore;
suo padre l’aveva unita a lui in prime nozze dopo aver preso gli auspici.
Ma era il fratello a governare presso il regno di Tiro,
Pigmalione, più malvagio per crudeltà di ogni altro.
Tra i due nacque l’odio. Dinanzi agli altari,
accecato dalla brama del potere, iniquo
uccise segretamente Sichèo, preso di sorpresa, non pensando
all’amore della sorella: maligno, nascose per molto tempo il delitto e
con inganni illuse, con vana speranza, l’addolorata sposa.
Ma lei sognò l’insepolto marito che,
sollevando mirabilmente il pallido volto,
le svelò il crudele delitto, scoprì il petto trafitto
dalla lama e le mostrò tutto dell’arcano omicidio del fratello.
Consigliò poi di affrettare la fuga dalla patria,
e, per aiuto al viaggio, le indicò antichi tesori
sotterrati, un deposito segreto d’oro e argento.
Sconvolta da tutto questo, Didone preparava la fuga e i compagni.
A lei si unirono coloro che nutrono atroce odio o terrore
per il tiranno: riempirono velocemente le navi
già pronte, caricarono l’oro. Portarono via per mare
il tesoro sottratto all’avido Pigmalione: e l’artefice è una donna.
Approdarono nei luoghi dove ora intravedi le mura
possenti e la fortezza di Cartagine,
chiamata Birsa poiché acquistarono tanto suolo
quanto riuscì a delimitarne la pelle di un toro.
Ma chi siete, infine voi, da quali terre venite
o per quali siete diretti?>>. Così egli rispose a queste domande,
sospirando e traendo la voce dalla parte più profonda del petto:
<<Oh dea, se raccontassi sin dall’inizio la storia delle
nostre sventure e se avessi tempo per ascoltarla,
arriverebbe con Espero la sera, chiudendo l’Olimpo.
La tempesta ci portò sulle spiagge della Libia
dall’antica Troia, se mai sentiste parlare
di questo nome, attraverso mari diversi.
Io sono il devoto Enea e sulla nave porto con me
i Penati portati via agli Achei, conosciuto per fama fino al cielo:
cerco l’Italia, la mia patria, e la mia stirpe deriva dal sommo Giove.
Con venti navi entrai nel mar Frigio, seguendo i destini
a me assegnati, mentre Venere indicava la via;
ne restano appena sette, distrutte dalle onde e dai venti.
Mi aggiro ignaro e bisognoso nei deserti della Libia,
scacciato dall’Europa e dall’Asia>>.
Hai bisogno di aiuto in Eneide?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email