Ithaca di Ithaca
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notte di ricercatori 2018

Testo tratto dalla fonte Eneide - Traduzione dal latino di Annibale Caro


Intanto il suo gran tèlo Enea vibrando
Col nimico s’azzuffa, e fieramente
Lo rampogna, e gli dice: Or qual più, Turno,
Farai tu mora, o sotterfugio, o schermo?
Con l’armi, con le man, Turno, e da presso,
Non co’ piè si combatte e di lontano.
Ma fuggi pur, diléguati, trasmútati,
Unisci le tue forze e ’l tuo valore,
Vola per l’aria, appiáttati sotterra,
Quanto puoi t’argomenta, e quanto sai,
Che pur giunto vi sei. Turno, squassando
Il capo: Ah, gli rispose, che per fiero
Che mi ti mostri, io de la tua fierezza,
Orgoglioso campion, punto non temo,
Nè di te: degli Dei temo e di Giove,
Che nimici mi sono e meco irati.
Nulla più disse; ma rivolto, appresso
Si vide un sasso, un sasso antico e grande
Ch’ivi a sorte per limite era posto
A spartir campi e tôr lite a’ vicini.
Era sì smisurato e di tal peso,
Che dodici di quei ch’oggi produce
Il secol nostro, e de’ più forti ancora,
Non l’avrebbon di terra alzato a pena.
Turno diègli di piglio, e con esso alto
Correndo se ne gía verso il nimico,
Senza veder nè come indi il togliesse,
Nè come lo levasse, nè se gisse,
Nè se corresse. Disnervate e fiacche
Gli vacillâr le gambe, e freddo e stretto
Gli si fe’ ’l sangue. Il sasso andò per l’aura
Sì che ’l colpo non giunse, e non percosse.
Come di notte, allor che ’l sonno chiude
I languid’occhi a l’affannata gente,
Ne sembra alcuna volta essere al corso
Ardenti in prima, e poi freddi in su ’l mezzo,
Manchiam di lena sì ch’i piè, la lingua,
La voce, ogni potenza ne si toglie
Quasi in un tempo: così Turno invano
Tutte del suo valor le forze oprava
Da la Dira impedito. Allora in dubbio
Fu di sè stesso, e molti per la mente
Gli andaro e vari e torbidi pensieri.
Torse gli occhi a’ suoi Rutuli, e le mura
Mirò de la città: poscia sospeso
Fermossi, e pauroso; sopra il tèlo
Vistosi del gran Teucro, orror ne prese,
Non più sapendo o dove per suo scampo
Si ricovrasse, o quel che per suo schermo,
O per l’offesa del nimico oprasse.
Mentre così confuso e forsennato
Si sta, la fatal asta Enea vibrando,
Apposta ove colpisca, e con la forza
Del corpo tutto gli l’avventa e fere.
Macchina con tant’impeto non pinse
Mai sasso e mai non fu squarciata nube
Che sì tonasse. Andò di turbo in guisa
Stridendo, e con la morte in su la punta
Furiosa passò di sette doppi
Lo rinforzato scudo; e la corazza
Aprendo, ne la coscia gli s’infisse.
Diè del ginocchio a questo colpo in terra
Turno ferito. I Rutuli gridaro;
E tal surse fra lor tumulto e pianto,
Che ’l monte tutto e le foreste intorno
Ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra
Alzando in atto umilmente rimesso,
E supplicante: Io, disse, ho meritato
Questa fortuna; e tu segui la tua:
Chè nè vita, nè venia ti dimando.
Ma se pietà de’ padri il cor ti tange
(Chè ancor tu padre avesti, e padre sei),
Del mio vecchio parente or ti sovvenga.
E se morto mi vuoi, morto ch’io sia,
Rendi il mio corpo a’ miei. Tu vincitore,
Ed io son vinto. E già gli Ausoni tutti
Mi ti veggiono a’ piè, che supplicando
Mercè ti chieggio: e già Lavinia è tua;
A che più contro un morto odio e tenzone?
Enea ferocemente altero e torvo
Stette ne l’arme, e vòlti gli occhi a torno,
Frenò la destra; e con l’indugio ognora
Più mite, al suo pregar si raddolciva:
Quando di cima all’omero il fermaglio
Del cinto infortunato di Pallante
Negli occhi gli rifulse. E ben conobbe
A le note sue bolle esser quel desso,
Di che Turno quel dì l’avea spogliato,
Che gli diè morte; e che per vanto poscia
Come nemica e glorïosa spoglia
Lo portò sempre al petto attraversato.
Tosto che ’l vide, amara rimembranza
Gli fu di quel ch’ei n’ebbe affanno e doglia;
E d’ira e di furore il petto acceso,
E terribile il volto, Ah, disse, adunque
Tu de le spoglie d’un mio tanto amico
Adorno, oggi di man presumi uscirmi,
Sì che non muoia? Muori: e questo colpo
Ti dà Pallante, e da Pallante il prendi,
A lui, per mia vendetta e per sua vittima,
Te, la tua pena, e ’l tuo sangue consacro.
E, ciò dicendo, il petto gli trafisse.
Allor da mortal gielo il corpo appreso
Abbandonossi; e l’anima di vita
Sdegnosamente sospirando uscío.

Parafrasi


Enea incalza frontalmente, l’enorme lancia scuote,
grossa come un tronco, e con sentimento ostile gli parla:
<< Ora quale altro indugio vi è ancora? Turno, perché esiti ormai?
Non nella corsa, ma stretti dobbiamo lottare con le armi impietose
in duello. Muta il tuo aspetto e fai emergere la tua bravura
ed il tuo coraggio per ciò che vali; desidera di innalzarti
in volo sugli astri o nasconderti nel grembo della terra>>.
Disse l’altro, scuotendo il capo: <<Non temo il tuo parlare arrogante,
o superbo; gli dei mi terrorizzano e Giove mi è avverso>>.
Senza più parlare, guardandosi intorno vide un gran masso,
antico, enorme, che giaceva lì sul suolo,
posto a confine di un campo a porre fine a una controversia per le terre.
Difficilmente potrebbero sostenerlo sulla spalla dodici
uomini scelti, di quelli che ora la terra produce;
l’eroe, afferratolo con mano tremante, tentava di lanciarlo
contro il nemico, ergendosi in alto e iniziando a correre.
Ma non nella corsa, non nel portamento, né nell’alzare
con il braccio l’enorme masso, né al muoverlo, egli si riconosce;
le ginocchia vacillano, il sangue gelato si ferma.
E il masso dell’eroe, ruotando invano per l’aria,
non percorse l’intera distanza né riuscì a colpire.
E come in sogno, quando di notte una fioca pace
chiude gli occhi, ci sembra che invano corse sfrenate
vogliamo intraprendere e nel bel mezzo dello sforzo cadiamo
stanchi (si paralizza la lingua, le forze del corpo
vengono meno e non escono né voce né parole):
così la Furia, a Turno, qualunque via egli tenti con il proprio valore,
nega la vittoria. Ora nel petto gli si scuotono
sentimenti diversi: guarda i Rutuli e le mura,
esita per la paura e ora teme che l’asta lo colpisca;
non sa come sottrarsi, con quale forza affrontare il nemico,
né vede da nessuna parte il suo cocchio e la sorella auriga.
Mentre egli indugia, Enea maneggia la lancia mortale e,
intuito con uno sguardo il momento, la lancia con forza
da lontano. Con tale frastuono non rimbombano mai i massi
lanciati dalla balista né i tuoni del fulmine risuonano
così assordanti. La lancia come vortice nero
vola portando crudele strage e perfora nell’estremità
la corazza e le targhe in sette strati dello scudo
e stridendo perfora la coscia; il grande corpo di Turno,
colpito, cade a terra, piegando il ginocchio.
Si scatenano insieme i Rutuli in un urlo e tutt’intorno
risuona lamentoso il monte e rimbombano i profondi boschi.
Egli rivolse gli occhi, umile e implorante, e allunga
la mano pregante: << Sì, lo merito e non mi sottraggo>>
afferma <<adopera il tuo diritto di vincitore. Ma se puoi provare
pietà del mio padre infelice (poiché tale anche tu avesti
tuo padre Anchise), te ne prego, abbi pietà della vecchiaia di Dauno
e dona me, o se preferisci il mio corpo privo di vita, ai miei.
Hai vinto e gli Ausoni hanno visto il vinto implorarti;
è tuo diritto prendere Lavinia come tua sposa:
non spingerti oltre con l’odio>>. Enea si fermò fiero
nelle sue armi guardando il nemico e trattenendo la destra;
e, mentre esitava, sempre più quelle parole riuscivano
a commuoverlo, quando improvvisamente gli apparve e brillò,
sopra la spalla del vinto, il fatale balteo tutto di borchie d’oro
del giovane Pallante, che, vinto, Turno aveva ucciso
con un colpo mortale, indossando il trofeo strappato al nemico.
Enea, vista quella tracolla, ricordo d’un dolore terribile,
infuriato e pieno d’ira, disse:
<< Tu vorresti sfuggirmi di mano, che ancora indossi le spoglie
dei miei amici? Pallante con questa ferita, Pallante ti immola
e trae vendetta dal tuo sangue scellerato>>.
Detto questo, gli conficca diritta la spada nel petto
con forza. Il corpo di Turno si stende nel freddo mortale,
e con un grido fugge la sua vita sdegnosa tra le ombre.
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