La lancia di Enea e la mano del destino atterrano Turno

Turno è giovane, bello, coraggioso. È un vero re, per l’esercizio consapevole dell’autorità, il senso dell’onore, l’eroica determinazione della sua azione: è lui a scegliere ostinatamente il partito della guerra, anche quando Latino lo esorta alla prudenza. Dovrebbe accettare il volere degli dèi, rivelato da molti oracoli che insistono nel predire uno sposo straniero per Lavinia. Ma Turno non si dà per vinto, vuole Lavinia, vuole il regno, vuole la vittoria. È l’eroe più simile ad Achille: Virgilio lo ha creato così per onorare le genti italiche che, dopo aver accolto nel proprio seno il sangue troiano, avrebbero dato vita al popolo romano. Turno è anche molto amato, soprattutto dalle donne: Giunone mette in campo tutto il suo potere per aiutarlo e proteggerlo; la regina Amata (moglie del re Latino e madre di Lavinia), sua zia materna, gli manifesta grandissimo affetto, ostinatamente lo vuole come genero e addirittura si uccide quando lo crede morto; la sorella Giuturna gli sta accanto con totale dedizione, allontanandolo dai pericoli e prestandogli aiuto con inesausta energia. Giuturna, che una volta era stata amata da Giove, ha avuto da lui in dono la natura divina di ninfa: quando è costretta dagli dèi ad abbandonare Turno al suo destino, si inabissa nel suo fiume con il capo velato in segno di lutto, maledicendo la propria immortalità che non le consente di dividere con il fratello anche la morte. Solo Lavinia, la fidanzata, nella sua riservatezza di fanciulla, non dedica a Turno altro che lacrime silenziose e un intenso, eloquente rossore. Il poeta ne trae un’immagine di bellezza più che di intensità passionale, ma non poteva fare di più: si trattava della progenitrice del popolo romano. Tuttavia, pur nella sobrietà e prudenza del tono, appare ben chiaro quale dei due pretendenti sia caro al cuore della giovane.

Eppure, circolato da tanto amore, Turno muore tristemente, senza la tragica anche se blasfema grandezza che aveva nobilitato la morte di Mezenzio. Muore angosciato, spaventato non dall’avversario, ma dal Fato che accumula intorno a lui funesti presagi di morte: la notizia del suicidio di Amata, le fiamme di Laurento che brucia, la spada spezzata, il lugubre uccello dei sepolcri (il gufo) svolazzante intorno alla sua testa. Chi davvero riesce a sconfiggere Turno non è un uomo, non è nemmeno Enea, l’eroe dal sangue divino. Lo vincono e lo mortificano le forze soprannaturali che reggono cielo e terra; scatenano nel suo cuore angosce che hanno a che fare con il mistero, e spezzano il suo orgoglio, dato che non può confidare in se stesso, ormai abbandonato dagli dèi. E lo perde definitivamente un segno della sua ferocia di prima, la bella cintura che aveva strappato al giovane Pallante dopo averlo ucciso, e che portava come trofeo di vittoria. Sembra che con questo particolare, e con l’esacerbata reazione di Enea, Virgilio abbia voluto trasmettere un giudizio morale: il lettore, infatti, di fronte a quell’evento straziante che è la morte di un ragazzo, non può fare a meno di paragonare la crudeltà impietosa di Turno nei confronti di Pallante con la pietà di Enea nei confronti di Lauso

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