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La tempesta e l’approdo alle rive di Cartagine

All'improvviso le nubi tolsero il cielo e il giorno alla vista dei Troiani, sul mare calò una nuvola nera come la notte. Tutto minacciava gli uomini di morte imminente, con il cielo che tuonava e onde talmente alte da far rimanere scoperte le balene.
Le membra di Enea si sciolsero in un brivido e tenendo le mani giunte disse: “Che siano beati tre o quattro volte coloro che sono morti insieme ai loro padri sotto le mura di Troia, o Tilide, fortissimo nella stirpe dei Danai! Perché non avrei potuto cadere anche io sui campi Iliaci , dove giacciono Ettore Il Terribile per il colpo inflittogli dall’Eacide Achille, il grande Sarpedone e tutti gli altri guerrieri i cui elmi e scudi ora sono trascinati via dal Simoneta?”
Una stridula raffica d’aquilone squarciò la vela di fronte e sollevò i flutti alle stelle, la prua si girò così da mostrare il suo fianco alle onde e al vento che urlava imperterrito, i remi si infransero incalzando un monte d’acqua scoscesa. Alcune navi pendevano sulla cresta dei flutti. L’onda si spalancò, mostrando la terra fra i flutti alle navi mentre infuriava un gran ribollire d’acqua.


Enea e i suoi compagni, ormai molto stanchi, cercarono di raggiungere in nave le coste dell’attuale Tunisia. C’era un posto in un’insenatura della costa, dove un’isola formava un porto sui quali fianchi le onde si infrangevano dolcemente. Alte rupi si innalzavano al cielo e sembravano minacciare Enea. Due scogli sotto i quali c’era soltanto l’oscurità delle acque; sopra, delle selve, in basso, oscuro bosco con un’orrida ombra; di fronte, una grotta formata dagli scogli sporgenti; dentro, le acque e sedili di pietra naturale, casa di ninfe. Qui , in questo luogo che sembra salvezza ma che in realtà è la fine certa; le navi,anche se stanche, non attraccano neppur con coraggio tenace.
Qui entrò Enea con le sole sette navi rimaste, delle dieci che ne erano partite.
I Troiani, volendo attraccare, calpestarono la riva e distesero sul lido le membra intrise d’acqua salata.
Prima, battendo una selce, Acate accese un fuoco che nutrì con le foglie per farlo crescere. Allora, sfiniti da tutte le avventure, estrassero il grano ormai sciupato dall'acqua salata dal mare e si prepararono a cuocere le biade a triturarle con i sassi.

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