L’Eneide: confronto tra Dante e Virgilio

Fortuna dell’Eneide: Quando la composizione dell’Eneide era ancora in atto, il poeta latino Properzio scriveva: “Cedete scrittori romani, cedete scrittori greci; nasce qualcosa di più grande dell’Iliade”.
Già al suo primo apparire l’Eneide viene dunque sentita come un classico, cioè un’opera che si impone come punto di riferimento e modello da imitare per ogni letterato.
Ancor più importante per la fortuna posteriore dell’Eneide fu la sua immediata adozione come testo scolastico: divenne infatti patrimonio non solo degli scrittori, ma di ogni romano che avesse seguito un corso di studi di grammatica (scuola elementare) e di retorica (scuola superiore). In somma, era sull’Eneide che gli scolari romani imparavano a leggere e a scrivere.
La sua funzione di testo scolastico fece fiorire intorno ad esso sia analisi linguistiche e retoriche, sia commenti eruditi che studiavano e interpretavano ogni informazione in esso contenuta. Nel corso dei primi secoli dopo Cristo Virgilio, per i ragazzi delle scuole come per gli studiosi, è il poeta dallo stile sommo, esempio di perfezione linguistica, retorica e metrica, e fonte di ispirazione per ogni scrittore latino. Ben presto alla figura del letterato modello si affianca quella dell’erudito, ricco di inesauribile dottrina, e del saggio, maestro di vita e di morale.

Tra la fine del V e l’inizio del VI secolo l’erudito Fulgenzio scrive un commento dell’Eneide: è da lui che per la prima volta alcuni passi vengono interpretati come allusioni al Cristo, alla Crocifissione, alla Vergine. Si apre così la strada all’interpretazione allegorica dell’Eneide, tipica della cultura medioevale. Virgilio è considerato un mago ricco di conoscenze superiori sulla natura delle cose e sulle loro relazioni e un sapiente dotato dalla divinità di virtù profetiche.
Confronto tra Dante e Virgilio: È questo il Virgilio di Dante, il “famoso saggio” della Divina commedia, degno di guidare il peccatore attraverso l’Inferno e il Purgatorio (non può entrare in Paradiso perché non fu battezzato). Ma Dante non dimentica l’eccellenza di Virgilio poeta, e dichiara di aver imparato da lui il “bello stile” che lo ha reso famoso.
Virgilio recupera un ruolo prevalente di sommo poeta in Petrarca, e poi con sempre maggior insistenza negli umanisti di tutta Europa; la sua influenza come modello non diminuisce fino alla metà del Settecento. È in quegli anni che alcuni famosi studiosi di antichità classiche proclamano la genialità e originalità artistica dei Greci rispetto alla rozzezza dei loro imitatori latini, tanto nell’ambito dell’arte quanto nell’ambito della letteratura. Allora per la prima volta Virgilio perde il suo primato a favore di Omero. Questo giudizio viene assunto e ribadito dalla cultura romantica. Virgilio continua ciononostante ad occupare un posto importante in tutta la poesia italiana dell’Ottocento; la lirica contemporanea accoglie di Virgilio soprattutto l’inquietudine e la capacità di comprendere ed esprimere il dolore umano.

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