Il dramma dell’amore


È un motivo costante dell’epica antica – anzi, più in generale, della letteratura classica – interpretare la passione, quando l’animo tumultuosamente, come frutto di un accecamento dell’intelletto voluto da un dio. Solo un intervento esterno sovrannaturale può spiegare la sospensione del giudizio razionale e del controllo morale che la passione travolgente produce anche nella mente più acuta e saggiamente determinata. Perché la passione amorosa vincesse Didone, regina di un popolo, architetto di una nuova, splendente città, tessitrice di abiti alleanze politiche con le popolazioni vicine, Venere, l’amorosa e divina madre di Enea, si è servita di un’arma potente, il dio Eros (Amore) in persona. Gli ha dato le sembianze del piccolo iulo e lo ha mandato da lei che, affascinata e commossa, lo ha tenuto un’intera notte sulle sue ginocchia.

Man mano che le ore passavano, Didone sentiva che l’amore per il padre di Iulo, l’eroe troiano Enea che sedeva con lei a banchetto, si impadroniva di tutta l’anima sua. Venere era riuscita a garantire per il figlio ospitalità e protezione.

Ma l’amore di Didone ed Enea intralcia il corso della Storia, così come era stato deciso dal destino. Giove manda il suo messaggero, il dio Mercurio, da Enea con ordini precisi: deve lasciare la città ospitale, anche se già l’ama come sua, e anche se teneramente ama la regina, poiché il suo dovere è raggiungere l’Italia e le spiagge del Lazio. Infatti dall’unione del popolo latino con i profughi troiani sarebbe nata una nuova stirpe destinata a fondare la città di Roma e a regnare su tutto il mondo conosciuto. Didone deve essere abbandonata in vista di questa missione superiore; umiliazione e morte saranno il suo privato destino.

Questo è l’ordine dei fatti: ma nell’ordine della poesia Virgilio paga alla “sua” Didone un tributo più grande dell’impero di Roma, la disperazione dell’infelice regina è l’universale disperazione della donna abbandonata da un amante dimentico dei benefici ricevuti e più devoto alle sue personali ambizioni che ai debiti della gratitudine, della lealtà e dell’affetto.

Didone è certamente un’eroina epica – se “epico” rinvia allo sprezzo della morte e alla nobiltà nell’agire, ma è certamente anche un’eroina drammatica. La seconda metà del canto IV dell’Eneide è come l’ultimo atto di una tragedia, ricco di dialoghi e soprattutto di lunghi, strazianti monologhi. Didone riempie la scena prima manifestando con furia dolore e indignazione, e accusando il traditore, poi ripiegandosi su se stessa umiliata e supplice, e infine tornando regina nel suicidio, di nuovo tragicamente padrona di sé e del suo destino. Forse la qualità più profonda della poesia di Didone sta però nella sua dimensione lirica, nel suo dolore che si manifesta attraverso le parole rivolte alla sorella, al fuggiasco, a se stessa. Il suo amore di donna è mortificato dalle leggi maschili dell’azione e dell’onore, ma è glorificato da quelle della poesia.

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