Ithaca di Ithaca
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La discesa agli Inferi, parafrasi presente nell'Eneide

Testo tratto dalla fonte Eneide - Traduzione dal latino di Annibale Caro


Qui ’l gran Tidèo, qui ’l gran figlio di Marte
Partenopèo, qui del famoso Adrasto
La pallid’ombra incontro gli si fece.
Quinci de’ suoi più nobili Troiani
Un gran drappello avanti gli comparve.
Pianse a veder quei glorïosi eroi,
Tanto di sopra disïati e pianti,
Come Glauco, Tersíloco, Medonte,
I tre figli d’Antenore, il sacrato
A Cerere ministro Polifete,
E ’l chiaro Idèo con l’armi anco e col carro.
Fatto gli avean costor chi da man destra,
Chi da sinistra una corona intorno.
Nè d’averlo veduto eran contenti,
Chè ciascun desiava essergli appresso,
Ragionar, passeggiar, far seco indugio,
E spíar come e d’onde e perchè venne.
Ma degli Argivi e le falangi e i duci,
Quand’egli apparve, e che tra lor ne l’ombre
I lampi folgorâr de l’armi sue,
Da gran timor furo assaliti; e parte
Volser le terga, come già fuggendo
Verso le navi, e parte alzâr le voci
Che per téma sembrâr languide e fioche.
Deífobo, di Prïamo il gran figlio,
Vide ancor qui, che crudelmente anciso,
In disonesta e miserabil guisa
Avea le man, gli orecchi, il naso e ’l volto
Lacerato, incischiato e monco tutto.
Per temenza il meschino e per vergogna
D’esser veduto, con le tronche braccia
Un sì brutto spettacolo celando,
Indarno si facea schermo e riparo;
Ch’al fin lo riconobbe, e con l’usata
Domestichezza incontro gli si fece,
Così dicendo: Poderoso eroe,
Gran germoglio di Teucro, e chi sì crudo
Fu mai, chi tanto osò, cui si permise
Che facesse di te strazio sì fiero?
La notte che seguì l’orribil caso
De la nostra ruina, io di te seppi
Ch’assaliti i nemici e di lor fatta
Strage che memorabile fia sempre,
Tra le caterve de’ lor corpi estinti,
Stanco via più che vinto, alfin cadesti;
Ed allor io di Reto in su la riva
A l’ombra tua con le mie mani un vòto
Sepolcro eressi, e te gridai tre volte:
E ’l nome e l’armi tue riserba ancora
Il loco stesso. Io te, dolce signore,
Nè veder nè coprir di patria terra
Avanti il mio partir mai non potei.
Deìfobo rispose: Ogni pietoso,
Ogni onorato officio, Enea mio caro,
Ha l’amor tuo vèr me compito a pieno.
Ma l’empio fato mio, l’empia e malvagia
Argiva donna a tal m’ha qui condotto;
E tal di sè lasciò memoria al mondo.
Ben ti ricorda (e ricordar ten dèi)
Di quell’ultima notte che sì lieta
Mostrossi in pria, poi ne si volse in pianto,
Quando il fatal cavallo il salto fece
Sopra le nostre mura, e ’l ventre pieno
D’armate schiere ne votò fin dentro
A l’alta ròcca. Allor ella di Bacco
Fingendo il coro, e con le frigie donne
Scorrendo in tresca, una gran face in mano
Si prese, e diè con essa il cenno a’ Greci.
Io dentro alla mia camera (infelice!)
Mi ritrovai sol quella notte; e stanco
Di tante che n’avea con tanti affanni
Vegghiate avanti, un tal prendea riposo
Che a morte più che a sonno era simìle.
Fece la buona moglie ogn’arme intanto
Sgombrar di casa, e la mia fida spada
Mi sottrasse dal capo. Indi la porta
Aperse, e Menelao dentro v’accolse,
Così sperando un prezïoso dono
Fare al marito, e de’ suoi falli antichi
Riportar venia. Che più dico? Basta
Ch’entrâr là ’v’io dormia; e con essi era
Per consultore Ulisse. O dii, se giusto
È ’l priego mio, ricompensate voi
Di quest’opere i Greci. E tu, che vivo
Sei qui, dimmi a rincontro, il caso o ’l fato
O l’errore o ’l precetto degli Dei,
O qual altra fortuna t’ha condotto,
Ove il sol mai non entra e buio è sempre.
Così tra lor parlando e rispondendo,
Avea già ’l sol del suo cerchio diurno
Varcato il mezzo, e l’avria forse intero;
Se non che la Sibilla rampognando
Così li fe del breve tempo accórti:
Enea, già notte fassi, e noi piangendo
Consumiam l’ore. Ecco siam giunti al loco
Dove la strada in due sentier si parte.
Questo a man dritta a la città ne porta
Del gran Plutone, e quindi ai campi Elisi;
Quest’altro a la sinistra a l’empio abisso
Ne guida, ov’hanno i rei supplizio eterno.
Il figlio a ciò di Prïamo soggiunse:
Non ti crucciare, o del gran Delio amica,
Ch’or da voi mi tolgo, e mi ritiro
Ne le tenebre mie. Tu, nostro onore,
Vatten felice, già che scòrto sei
Da miglior fato; e meglio te n’avvenga.
Tanto sol disse, e sparve. Enea si volse
Prima a sinistra, e sotto un’alta rupe
Vide un’ampia città che tre gironi
Avea di mura, ed un di fiume intorno;
Ed era il fiume il negro Flegetonte,
Ch’al Tartaro con suono e con rapina
L’onde seco traea, le fiamme e i sassi.
Vede nel primo incontro una gran porta
C’ha la soglia, i pilastri e le colonne
D’un tal diamante, che le forze umane,
Nè degli stessi Dei, romper nol ponno.
Quindi si spicca una gran torre in alto
Tutta di ferro. A guardia de l’entrata
La notte e ’l giorno vigilando assisa
Sta la fiera Tesífone succinta,
Col braccio ignudo, insanguinata e torva.

Parafrasi


Gli vengono incontro Tideo, Partenopeo
glorioso nell’armi e l’immagine pallida di Adrasto,
e i Teucri caduti in battaglia, molto venerati nel mondo:
e guardandoli tutti, una lunga fila, l’eroe
emise un lamento: Glauco, Medonte e Tersiloco insieme,
i tre Antenòridi, Polibete sacerdote di Cerere
e Ideo che reggeva ancora il carro e le armi.
Le anime si dispongono intorno a Enea, a destra e a sinistra;
non sono contente solo di vederlo, tengono a soffermarsi
via via, andare al suo passo e sapere perché sia lì.
Ma i condottieri dei Greci e le falangi di Agamennone,
non appena videro Enea e le armi splendenti nell’oscurità,
ebbero gran paura: una parte di loro gli volta le spalle,
come quel giorno che fuggirono alle navi, un’altra emette un lieve
suono, e tale grido delude la bocca aperta.
Vide persino Deìfobo, figlio di Priamo, con tutto il corpo dilaniato,
il cui volto e le mani furono crudelmente
sfregiate, le tempie rovinate,
le orecchie mutilate e le narici tagliate da una brutta ferita.
A fatica Enea lo riconobbe, colto da vergogna,
intento a coprire l’orrida carneficina, e con voce familiare
gli disse: << Oh valoroso Deìfobo, discendente dal nobile sangue
di Teucro, chi bramò di infliggerti pene così severe?
Chi ebbe il permesso? Ho saputo
che l’ultima notte di Troia, stanco nell’uccidere i Greci,
cadesti su un ammasso indistinto di cadaveri.
Allora io stesso costruì una tomba commemorativa
sul lido Retèo e a gran voce invocai per tre volte il tuo spirito.
Lì sono scolpiti le tue armi e il tuo nome; ma non riuscii a trovare
quando partii il tuo corpo e seppellirlo nella nostra patria, oh amico.
Ma le mie sorti e il mortale tradimento di Elena
mi hanno oppresso in questi mali; ella mi ha lasciato
tali ricordi. Tu sai come trascorremmo gioiosi e ignari
l’ultima notte: purtroppo è doveroso ricordare.
Quando il fatale cavallo arrivò trainato sull’alta
Pergamo, racchiudendo nel proprio ventre fanti armati,
Elena, fingendo una danza, conduceva intorno ai templi le
Frigie con sfrenate grida; essa, nel mezzo, reggeva una grande fiaccola
e chiamava i Danai dall’alto della fortezza.
Io, nel mentre, stanco per gli affanni e oppresso dal sonno,
ero nell’infausto letto nuziale e, mentre ero disteso, mi vinse
un dolce e profondo sonno, simile ad una serena morte.
Intanto la mia gentile sposa porta via dalla casa ogni arma,
dopo avermi sottratto la mia spada:
poi chiama Menelao nelle stanze e spalanca la porta,
sperando che questo sarà un grande servigio per Menelao
e che possa concludere così la vergogna delle sue già antiche colpe.
A cos’altro esito? Irrompono in camera: si è unito a loro
Ulisse, consigliere di crimini. Oh dei, rendete ai Greci
tali disprezzi, se io vi chiedo vendetta con devote labbra.
Ma parlami di te adesso, cosa ti ha portato qui ancor vivo;
sei arrivato qui grazie al tuo errare per mare
o per volere degli dei? O quale sfortuna ti perseguita
da venire in tali luoghi tristi dove non c’è mai sole,
alle terre cupe? >>. Ma mentre parlavano l’Aurora
aveva compiuto già mezzo del suo corso nel cielo
sul suo roseo carro; e così forse avrebbero
trascorso tutto il loro tempo, ma in breve tempo parlò la Sibilla
e avvertì: << Oh Enea, la notte è quasi giunta e noi passiamo
le ore a piangere. Siamo nel punto dove la via si divide:
quella a destra conduce alle mura della potente Dite,
andremo all’Elisio attraverso questa; ma quella a sinistra insegue
con le pene i dannati e porta al profano Tartaro>>.
Deifobo disse: << Non adirarti, grande sacerdotessa,
andrò via, tornerò dal mio gruppo, nell’oscurità.
Vai, nostra gloria: che ti assista un destino migliore>>.
Disse solo questo e, parlando, tornò indietro.
Enea si volta e, improvvisamente, a sinistra, sotto una rupe,
intravede una grande città, circondata da tre cinte di mura;
è circondata da un impetuoso fiume ardente di fiamme,
il Flegetonte del Tartaro, che travolge rumoroso i massi.
Di fronte, una grande porta con sostegni d’acciaio
che non riuscirebbero a rimuovere né la forza dell’uomo
né gli stessi dei; nell’aria sta diritta una torre di ferro,
e lì seduto Tisìfone, la cui spoglia veste è sporca di
sangue, che fa guardia all’ingresso senza tregua giorno e notte.
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